Scandalo in cattedrale


Video inchiesta

Didascalia

Per la realizzazione della prima parte di questo video sono stati utilizzati, tra gli altri, gli articoli comparsi su “Le Mont-Blanc” negli anni tra il 1907 e il 1911.

Il giornale era diretto dalla coppia di giornalisti Edouard Duc e Joséphine Teppex.

Il 27 novembre 1906 muore, dopo una lunga malattia, il Prevosto della Cattedrale di Aosta canonico Maurice Gerbore di 51 anni. Gerbore era il responsabile della cassa diocesana nella quale confluivano le donazioni, le rendite e i versamenti delle parrocchie, e custodiva le chiavi della cassaforte.

Sei mesi dopo la morte del canonico, nel maggio 1907 il giornale “Le Mont-Blanc” pubblica un articolo nel quale si legge che in città si fa un gran parlare della sparizione di una consistente quantità di denaro in titoli appartenente alle somme affidate al defunto Gerbore[1].

L'estate passa senza che nulla accada.

Mentre il vescovo di Aosta, Joseph-Auguste Duc, in settembre festeggia 35 anni di episcopato, ai primi di ottobre, improvvisamente, esplode lo scandalo. Due preti, Alexandre Jaccod, professore di matematica al Convitto Nazionale e Dominique Noussan, canonico della Cattedrale sono arrestati con l'accusa di aver rubato parte di quei titoli scomparsi. Qualche giorno dopo, anche Nicandre Personnettaz, prete e maestro elementare a Châtillon, è arrestato[2].

L'arresto dei tre preti è la conseguenza della denuncia presentata da tre canonici della Cattedrale. I tre canonici erano quelli a cui, dopo la morte di Gerbore, erano state affidate le tre chiavi necessarie per aprire la cassaforte diocesana[3]. Questa è la versione fornita dai tre denuncianti alla polizia:

“Il 29 settembre i tre sacerdoti si ritrovano nei locali della Prevostura per prelevare le cedole di alcuni titoli in scadenza. Con grande sorpresa trovano la cassaforte perfettamente chiusa, ma mancante di gran parte del suo contenuto. Le chiavi, precisano i denuncianti, erano state, prima che nelle loro, nelle mani del canonico Noussan in quanto erede del defunto Gerbore.”[4]

Gli inquirenti accertano che i furti in realtà sono stati due.

Il primo, quello scoperto dai tre preti, di circa 60000 lire, quasi 145000 euro, è stato perpetrato, mediante l'uso di chiavi falsificate, dal professor Alexandre Jaccod nel corso dell'estate del 1907. Le chiavi originali della cassaforte sono state date allo Jaccod dal Noussan[5] (Allegato B). Presso lo Jaccod sono stati recuperati titoli per 45000 lire.

Il secondo che ammonta a 160.000 lire, equivalenti a circa 387000 euro, è stato commesso dal canonico Noussan già durante la malattia e poi dopo la morte di Maurice Gerbore.

Dai controlli effettuati dalla polizia risulta che Alexandre Jaccod ha fatto fare la copia di una delle chiavi da un fabbro di Aosta, mentre un'altra sarebbe stata fatta fare, tramite Nicandre Personnettaz, da un fabbro di Pont-Saint-Martin. Jaccod, che ammette tutte le sue responsabilità, dice anche che i titoli di cui ha ultimamente fatto commercio gli sono stati dati dal canonico Noussan.

Dominique Noussan, benché in casa sua siano stati ritrovati parte dei titoli rubati, nega tutto[6].

Nicandre Personnettaz piange e sostiene di essere una vittima innocente. Egli pensava che la chiave che aveva fatto fare fosse per un magazzino di fontina[7].

Lo scandalo è enorme e i giornali, naturalmente, abbondano di notizie sulle tre persone arrestate. 

Alexandre Jaccod ha 50 anni e oltre ad essere un prete e un professore di matematica è anche un uomo impegnato nelle lotte politiche. E' stato presidente del Comitato elettorale cattolico ed ha condotto con successo le campagne dei fratelli Farinet, uomini politici che, da tendenze liberali e radicali, sono passati al conservatorismo con l'appoggio di gran parte del clero valdostano[8].

Dominique Noussan, cancelliere episcopale e canonico della Cattedrale, ha 60 anni. E' nipote del potente vescovo Joseph-Auguste Duc, fatto questo che gli conferisce un notevole potere. Un giornale lo indica come uno dei più grandi trafficanti di arte sacra[9].

Nicandre Personnettaz, prete e maestro elementare, ha 51 anni. Appare come una persona semplice e fragile che si trova, forse senza volerlo, protagonista di una storia più grande di lui.

Mentre il 18 ottobre, dopo due settimane di detenzione, Le Mont-Blanc pubblica la notizia che le domande di libertà provvisoria, presentate dal Noussan e dal Personnettaz sono state respinte dal Tribunale di Aosta[10], in città cominciano a circolare voci su probabili dimissioni del vescovo Duc[11].

La polizia continua le sue indagini con vari interrogatori ed ulteriori accertamenti, quando il 22 novembre 1907 Le Mont-Blanc pubblica la notizia delle avvenute dimissioni del vescovo collegandole al recente scandalo.

Anche il giornale clericale Le Duché d'Aoste dà la stessa notizia, dicendo però che Joseph-Auguste Duc ha chiesto al papa di esonerarlo dalla carica a causa della sua grande stanchezza fisica[12].

Una ventina di giorni dopo le dimissioni del vescovo, il canonico Noussan, come si è già detto nipote del prelato, ottiene la libertà provvisoria mediante il versamento di una cauzione di 10000 lire equivalenti a circa 21700,00 euro attuali[13].

Passa buona parte dell'inverno e, mentre nel febbraio del 1908 Giovanni Vincenzo Tasso, piemontese, è nominato nuovo vescovo di Aosta, dei tre preti arrestati nell'ottobre precedente, soltanto Alexandre Jaccod resta ancora in carcere.

Nicandre Personnettaz pare che, non resistendo alla durezza del carcere, abbia dato segni di squilibrio mentale ed è quindi stato ricoverato al manicomio di Torino[14].

Dominique Noussan, che come si è visto è uscito dal carcere tramite il versamento di una elevata cauzione, ottiene dal Tribunale, i giornali non spiegano come e perché, un provvedimento di “non luogo a procedere”, uscendo così completamente indenne dall'intricata questione[15].

Passano i mesi ma Monsignor Tasso, riporta Le Mont-Blanc, pur essendo stato nominato vescovo di Aosta, non intende prendere possesso della cattedra fino a che non saranno completamente recuperate le somme sottratte, somme che, è bene ricordarlo, appartenevano a tutte le parrocchie valdostane[16].

Per meglio capire tutto ciò che è accaduto e sta accadendo nella curia episcopale della Valle d'Aosta, la Santa Sede, nel luglio del 1908, invia ad Aosta il vescovo Siacci e Padre Pio di San Giuseppe. I due ispettori papali interrogano l'ex vescovo Duc, i canonici e vari altri sacerdoti.

Alla conclusione dell'inchiesta, riporta Le Mont-Blanc, i due inviati trovano e indicano i cosiddetti “responsabili” dello “scoperto di cassa”. “Scoperto di cassa” è infatti l'enigmatica locuzione con cui viene definita la perdita negli ambienti ecclesiastici. I “responsabili” continua poi il giornale, su ordine degli ispettori papali, sono costretti a risarcire la cassa diocesana con il loro patrimonio personale. Il giornale non indica l'ammontare del risarcimento e neanche i nomi dei responsabili.

In questo periodo molte personalità fanno visita ad Alexandre Jaccod in cella. Tra i visitatori si contano il nuovo vescovo Vincenzo Tasso, il deputato Alfonso Farinet che molto doveva ad Alexandre per le riuscite campagne elettorali  e il sacerdote democratico Joconde Stevenin[17].

Nel settembre del 1908 in città si dice che Alexandre Jaccod, in carcere, ha confessato ad un confratello la sua piena ed unica colpevolezza riguardo al furto aggiungendo, inoltre, che intende rinunciare alla difesa.

Le Mont-Blanc legge la confessione come un atto estorto e il rifiuto della difesa come la scelta autodistruttiva di una persona che è stato costretto a fare da capro espiatorio[18].                                  

L'11 gennaio 1909, dopo oltre un anno dagli arresti, finalmente comincia il processo contro Alexandre Jaccod e Nicandre Personnettaz.

Personnettaz è difeso da due avvocati di Torino mentre Jaccod è difeso d'ufficio perché come aveva preannunciato non ha voluto alcun avvocato.

Il processo inizia e l'interrogatorio di Nicandre Personnettaz è penoso. Il sacerdote dice di essere sordo e di non capire nulla.

Jaccod è totalmente rassegnato, risponde sommessamente alle domande, chiede perdono e se ne va in lacrime.

La sentenza è quella che tutti si aspettano.

Personnettaz è assolto per non provata reità mentre Jaccod  è condannato a quattro anni e otto mesi di reclusione.

I soli a manifestare dolore e compassione per la sorte di Alexandre Jaccod sono i giornalisti Edouard Duc e Joséphine Teppex. Essi hanno intuito e indicato sul loro giornale il torbido retroscena politico-clericale che non ha esitato a distruggere la vita di un uomo che ha pagato soprattutto per colpe non solo sue[19].

Didascalia

Alexandre Jaccod, scontata la pena, si ritira in un convento dell'Argentina dove muore nel 1935.

Nicandre Personnettaz si spegne nel 1911 a Châtillon.

Dominique Noussan continua brillantemente la carriera ecclesiastica fino al 1933, anno della sua morte.

Lettura critica

Didascalia

Questa seconda parte del video è basata non sui giornali dell'epoca, ma sui documenti originali che è stato possibile reperire.

Non essendo convinto circa le cause di quella grave crisi della chiesa valdostana ho continuato a cercare ed ho trovato nella tesi di laurea di Luigi Ronco, sacerdote di Aosta, delle significative indicazioni.

In una piccola parte del suo lavoro “Il movimento cattolico nella Valle d'Aosta dal 1895 al 1913” si legge che…

Dopo la morte di Maurizio Gerbore, tesoriere unico della cassa diocesana, una commissione di parroci tra cui l'Abbé Stevenin (esponente dei cosiddetti preti democratici) constata un deficit impressionante di circa 241.000 lire (più o meno 584000,00 euro attuali)”.

E' importante sottolineare come la somma del deficit denunciato nella primavera del 1907 si avvicini significativamente al valore dei furti denunciati che, come si è visto, ammontava a circa 220.000 lire. Luigi Ronco continua dicendo che:

“Il vescovo Duc, chiamato direttamente in causa da Don Stevenin, si dichiara non responsabile…” poi “In una lunga lettera alla Congregazione del Sant'Ufficio i sacerdoti delegati chiedono l'intervento di Roma attraverso l'invio di un visitatore apostolico.”

La commissione affermava in seguito che…

Oltre al canonico Gerbore, ricattato per migliaia di lire per la sua vita dissoluta, al canonico Domenico Noussan, suo amico di bagordi…anche il vescovo viene dichiarato colpevole…”

Il vescovo era accusato di:

  • Non aver mai nominato dei controllori per l'amministrazione di Maurizio Gerbore.
  • Non aver mai verificato, lui stesso, la contabilità.
  • Non aver mai separato il suo patrimonio personale dalle grandi somme della beneficenza.

I sacerdoti della commissione chiedevano infine, cosa di eccezionale gravità, la nomina di un nuovo ed energico vescovo, non valdostano.[20]

Nella ricostruzione sceneggiata si è visto che, nel luglio del 1908, arrivano da Roma il Padre Pio e il vescovo Siacci per far luce su quell'ammanco di cassa, come preteso dal nuovo vescovo Tasso e come richiesto da un gran numero di preti valdostani (Allegato D). Il Padre Pio però era già giunto in Valle per una prima ispezione l'anno precedente, nel giugno del 1907, sollecitato proprio dalla lettera dei sacerdoti della commissione[21].

In seguito a questa visita Padre Pio aveva proposto i sacerdoti Stevenin, Micheletto e Jaccod, sacerdoti democratici ispiratori del movimento di protesta contro il vescovo, per una onorificenza apostolica con l'evidente scopo di ammorbidire la loro posizione verso il prelato. Il vescovo Duc, contrario a quei riconoscimenti, aveva scritto un pesante giudizio sui tre preti.

In effetti, nell'estate del 1907, prima della scoperta del furto, egli scrisse una sorta di memoria attribuendo ai tre preti gravissime mancanze disciplinari (Allegato A). Il vescovo, tra le altre cose, aveva scritto che l'incarico della gestione della cosiddetta eredità Gerbore poteva benissimo essere affidata al canonico Noussan e non, come era avvenuto, all'abbé Jaccod.

Questo particolare rivelato dal vescovo nel suo scritto è molto importante perché permette di appurare che Alexandre Jaccod aveva un incarico ufficiale per la gestione dei conti dissestati del defunto canonico Gerbore. Tale incarico forse poteva anche prevedere le operazioni finanziarie che Jaccod aveva messo in atto e per le quali era stato accusato di furto.

E'ovvio che l'ispezione di Padre Pio non dovette far piacere al vescovo Duc, ma, tutto sommato, da quella visita egli non fu danneggiato. Il visitatore non cambiò le cose nel modo in cui si aspettava la commissione di preti. Non prese posizione sulla crisi finanziaria, non ravvisò la necessità di appoggiare la nomina di un nuovo vescovo.

Ai sacerdoti democratici, nonostante i contentini delle onorificenze, la situazione certamente continuava a non andare bene. Secondo loro quel vescovo se ne doveva andare!

Si è visto che alla scoperta del furto delle 60000 lire Alexandre Jaccod ammise pienamente la sua parte di responsabilità indicando anche gli altri sacerdoti coinvolti.

Il fatto che il canonico Dominique Noussan fosse pesantemente coinvolto nei furti, fece intravedere a qualcuno di quei preti democratici la possibilità di liberarsi una volta per tutte dell'onnipotente Joseph-Auguste Duc.

Per salvare lo scriteriato nipote, per non lasciar trascinare la sua stessa persona in chissà quali scandali, e in definitiva per evitare alla chiesa valdostana la catastrofe, al vescovo, probabilmente, non restò altro da fare che accettare la soluzione prospettatagli dai preti suoi avversari.

La cinica soluzione proposta dovette essere in parole povere la seguente. “Tu vescovo dai le dimissioni e noi preti democratici, in cambio, convinceremo Jaccod ad addossarsi tutte le colpe in modo tale che tuo nipote Noussan venga scagionato”.

In effetti il 9 novembre, una trentina di giorni dopo gli arresti dei sacerdoti, Joseph-Auguste Duc scrisse la lettera di dimissioni al Papa (Allegato C) e, meno di un mese dopo, alla metà di dicembre, il giornale della curia, “Le Duché d'Aoste”, pubblicò la notizia della libertà provvisoria concessa al canonico Noussan. Passati altri tre o quattro mesi, Dominique Noussan ottenne  il definitivo “non luogo a procedere”.

Per convincere Alexandre Jaccod ad assumersi la totale ed unica responsabilità si dovettero impegnare in molti e a lungo. Da qui la necessità di allungare i tempi di inizio del processo.

Dopo molte ed importanti visite in carcere, alla fine Alexandre, solo e disperato, cedette e accettò di fare da capro espiatorio.

Nel corso del processo, come si può benissimo capire dalla lettura della sentenza (Allegato E), le contraddizioni e le assurdità non si contarono. Il momento più paradossale si ebbe quando Alexandre Jaccod affermò, per scagionare colui che gli aveva dato le chiavi della cassaforte e che lui aveva indicato durante l'istruttoria (il canonico Dominique Noussan) che le tre chiavi, appunto, le aveva trovate per caso, sopra la cassaforte, dimenticate da chissà chi, insieme, per colmo di fortuna, o di sfortuna, alle complicate istruzioni per aprirla! Il tutto poi sarebbe avvenuto addirittura nel 1901, ben sei anni prima di compiere il furto. E' difficile comprendere come i giudici abbiano potuto credere a tutto questo.

Inspiegabilmente poi a Jaccod non venne neanche imputato di aver accusato, a questo punto ingiustamente, Noussan, costringendolo in carcere per almeno due mesi.

Inoltre è importante sottolineare che Jaccod venne giudicato solo per il furto delle 60000 lire. L'altro, quello di almeno160000 lire, per cui era stato accusato Dominique Noussan, non esisteva più, era svanito.

Come si è visto dalla ricostruzione sceneggiata il processo finì con l'inevitabile condanna di Jaccod.

Alexandre dopo aver scontata per intero la  pena, partì per un convento di Victoria in Argentina, da cui non fece mai più ritorno.

Mentre è certo che il processo, tutto interno al clero, istruito dall'inviato papale Padre Pio nella sua seconda ispezione, voluta dal nuovo vescovo Tasso, non chiese ad Alexandre alcuna restituzione, obbligò, come già detto, i cosiddetti responsabili dell'ammanco alla restituzione delle somme così suddivise (dal documento 30 dell'Appendice della tesi di Luigi Ronco):

Ex vescovo Duc          449000 Euro

Dominique Noussan   117000 Euro

Altri sacerdoti               49000 Euro

L'Abbé Jaccod in Argentina visse una nuova vita dedicandosi all'insegnamento e alla cura degli ammalati.

Egli mantenne i rapporti con la Valle d'Aosta tramite una corrispondenza con Joconde Stevenin. Le lettere di Alexandre, che ha pagato molto più di quanto doveva, emanano una grande nostalgia per la Valle d'Aosta, ma tuttavia trasmettono, e consola che sia così, l'immagine di un uomosereno.


Allegato A

Giudizio del vescovo Duc sui preti democratici (tratto dall'appendice della tesi di Luigi Ronco)

DOCUMENTO 29

(Archivio privato - Giudizio di Mons. Duc sui cosiddetti preti democratici, s. d.)

Les pretres démocrates Stevenin, Micheletto, Jaccod.

Ces trois pretres décorés de titres honorifiques ne se sont pas distingués par de brillants services rendus au diocèse ni par des oeuvres particulières digne de récompense. Rien ne les élève au-dessus de leurs confrères. L'un directeur de la Maitrise (sic), l'autre missionaire diocésain, l'autre simple bénéficier, ont occupé une modeste pIace dans l'Eglise valdôtaine. Ils n'eurent pas, il est vrai, mes faveurs particulières, et, pour cause, ils étaient imbus de principes modernes. Ils étaient abonnés à des revues italiennes et françaises fort suspectes, telles que «La Democrazia », la « Justice Sociale» et le « Sillon» etc. Ils ne voulurent pas renoncer à ces lectures, malgré mes observations.

Ils attendirent que le coup vint de Rome. Vers l'an 1899 Stevenin publia un entrefilet où il dit qu'on avait tort de critiquer Murri, que sa doctrine deviendrait en peu de temps monnaie courente à Rome. Je lui fis remarquer quelque temps après, c'est à dire lorsque les ouvrages de Murri furent mis à l'Index, l'imprudence qu'il avait commise. Il nia le fait. Je n'avais en ce moment le n° du joumal pour le convaincre de mensonge. Je me borne à ce trait.

Stevenin se créa un parti hostile à l'Eveque. Les principaux adeptes furent Micheletto, J. Jaccod, Léveque. Ceux-ci refusèrent leur concours aux oeuvres diocésaines. Invités à s'agréger à l'Union populaire recommandée par le Pape, ils osèrent dire que leur conscience ne permettait pas d'entrer en cette Ligue.

Micheletto soutint devant M. Ruffier que la confession n'avait été mise en pratique que dès le 9ème siècle.

Ces ecclésiastiques surent circonvenir Le Visiteur Apostolique, imbu lui aussi de principes modemes et grand admirateur de Mgr. Bonomelli. Padre Pio disait que la doctrine de cet evêque était sûre, qu'au sujet de l'unité italienne il manquait seulement de critère. Donc tous les deux admettaient en principe la unité italienne avec déchéance du pouvoir temporel du Pape; toutefois les temps n'étaient pas encore venus de le proclamer ouvertement dans les rangs catholiques.

Ce fut principalement M. Jaccod qui s'assuma l'entreprise de la liquidation des comptes Gerbore. Les amis s'en occupèrent fort peu. Au reste ce n'était pas un travail d'Hercules. D'autres ecclésiastiques, le prévot Gorret, le prieur Gorret, le chan. Noussan se seraient bien acquittés de certe tache. Je le dis au Visiteur. L'abbé J. Jaccod est un grand brasseur d'affaires commerciales, mais un bénéficier peu fidèle à ses devoirs. Je dis aussi au Visiteur que cet abbé, à l'esprit mercantil, était un bon laique, non un bon prêtre. Le Padre Pio sourit à ces paroles et ne leur donna pas un démenti. Ce qui ne lui empecha pas de lui procurer une distinction, je dirais chronique pro Ecclesia. lui qui n'avait jamais travaillé activement pour l'Eglise, mais plûtot contre l'Eglise, en lui suscitant des ennemis par son commerce illicite.

Comment aurais-je mon faveur à des prêtres pleins de suffisance, rébelles à l'autorité et dont les principes tendaient au modernisme. Quelque soit le mérite des trois décorés, le nom de leur insigne protecteur ne resplendit pas d'un plus vif éclat et ne sera jamais béni par la masse du clergé valdôtain.

Encore un mot sur l'abbé Jaccod. Cet ecclésiastique manifesta son esprit d'opposition à l'autorité, dès sa jeunesse. Entré en philosophie au Séminaire de Chieri, il groupa autour de lui les élèves mécontents et ils s'insurgirent contre l'Econome. Chassé du Séminaire pour cause d'insubordination, il pria l'archiprêtre de Volpiano, où son père exerçait le commerce, de le faire entrer au Séminaire d'Aoste. L'archiprêtre vint à l'Eveché, l'an 88 ou 89, et obtint sa grâce. Devenu chapelain de la Cathédrale il ne tarda pas à se livrer avec d'autres au commerce illicite aux clercs. Les avis des supérieurs ne furent pas écoutés. C'est ainsi qu'il reconnut les services qu'il avait reçus.

I preti democratici Stevenin, Micheletto, Jaccod.

Questi tre preti decorati di titoli onorifici non si sono distinti per brillanti servizi resi alla diocesi nè per opere particolari degne di ricompensa. Nulla li eleva al di sopra dei loro confratelli. L'uno direttore della Maitrise, l'altro missionario diocesano, l'altro ancora semplice beneficiario, hanno occupato un posto modesto nella Chiesa valdostana. E' vero, essi non hanno avuto miei particolari favori per il fatto che erano imbevuti di principi moderni. Essi erano abbonati a riviste italiane e francesi molto sospette, come « La Democrazia », la « Justice Sociale» e le « Sillon » etc. Essi non vollero rinunciare a queste letture, malgrado le mie osservazioni. Essi attesero che il colpo venisse da Roma. Verso l'anno 1899 Stevenin pubblicò un articoletto dove dice che si ha torto a criticare Murri, che la sua dottrina sarebbe diventata in poco tempo moneta corrente a Roma. Gli feci notare qualche tempo dopo, cioè quando le opere di Murri furono messe all'indice, l'imprudenza che aveva commesso. Egli negò il fatto. Non avevo in quel momento il numero del giornale per sbugiardarlo.

Mi sono limitato a questo.

Stevenin creò un partito ostile al vescovo. I principali adepti furono Micheletto, J. Jaccod, Léveque. Essi rifiutarono il loro aiuto alle opere diocesane. Invitati a partecipare all'Unione popolare raccomandata dal Papa, osarono dire che la loro coscienza non permetteva loro d'entrare in questa Associazione.

Micheletto sostenne davanti al Sig. Ruffier che la confessione non era stata messa in pratica che dal nono secolo.

Questi ecclesiastici seppero circuire il Visitatore Apostolico, imbevuto anche lui di principi moderni e grande ammiratore di Monsignor Bonomelli. Padre Pio diceva che la dottrina di questo vescovo era sicura, che riguardo all'unità italiana quello che mancava era il criterio. Dunque tutti e due ammettevano come principio l'unità italiana con la caduta del potere temporale del Papa; tuttavia i tempi non erano ancora maturi per proclamarlo apertamente tra le file cattoliche.

Fu principalmente il Sig. Jaccod che si assunse l'impresa della liquidazione dei conti Gerbore. Gli amici se ne occuparono molto poco. Del resto non era una fatica d'Ercole. Altri ecclesiastici, il prevosto Gorret, il priore Gorret, il canonico Noussan avrebbero ben assolto questo compito. L'ho detto al Visitatore. L'abate Jaccod è un grande esperto di affari commerciali, ma un beneficiario poco fedele ai suoi compiti. Ho detto anche al Visitatore che questo abate, dallo spirito mercantile, era un buon laico, non un buon prete. Padre Pio sorrise a queste parole e non le smentì. Ciò non gli impedì di fargli procurare una onorificenza, direi cronica pro Ecclesia, lui che non aveva mai lavorato attivamente per la Chiesa, ma piuttosto contro la Chiesa, suscitandole dei nemici a causa del suo commercio illecito.

Come potrei considerare con favore dei preti pieni di sufficienza, ribelli all'autorità e i cui principi tendevano al modernismo. Quale che sia il merito dei tre decorati, il nome del loro insigne protettore non risplende d'un vivo chiarore e non sarà mai benedetto dalla massa del clero valdostano.

Ancora una parola sull'abate Jaccod. Questo ecclesiastico manifestò il suo spirito di opposizione all'autorità sin dalla gioventù. Iniziati gli studi di filosofia al Seminario di Chieri, raggruppò attorno a lui gli alunni scontenti e insorsero contro l'Economo. Cacciato dal Seminario per insubordinazione, egli pregò l'arciprete di Volpiano, dove suo padre esercitava il commercio, di farlo entrare al Seminario di Aosta. L'arciprete venne al Vescovado, nell'anno 88 o 89, e ottenne la grazia. Diventato cappellano della Cattedrale egli non tardò a dedicarsi insieme ad altri al commercio illecito ai chierici. Gli avvisi dei superiori non furono ascoltati. E' così che egli ricompensò i servizi che aveva ricevuto.

Allegato B

Ordinanza della Camera di Consiglio del Tribunale di Aosta pubblicata dal giornale Jacques Bonhomme il 18 ottobre 1907

In nome di S. M. Vittorio Emanuele III, per grazia di Dio e per volontà della Nazione, Re d'Italia. L'anno 1907, il giorno 9 ottobre, in Camera di Consiglio presso il Tribunale civile e penale di Aosta, composta dei Signori: Caire cav. Pier Luigi, presidente; Parigi Pietro, giudice; Zanotti Emilio, pretore locale, ff. giudice; il secondo dei quali è addetto all'ufficio d'istruzione; sentita la relazione del giudice istruttore e visti gli atti di procedimento penale istruito a carico di:

l° Jaccod Francesco Alessandro fu Armando, d'anni 50, nato in Introd, residente ad Aosta, sacerdote e professore di matematica;

2° Noussan Domenico fu Pietro, d'anni 60, nato e residente ad Aosta, canonico;

3° Personnettaz Nicandro di Alessandro, di anni 54, nato e residente a Châtillon, sacerdote e maestro elementare;

Detenuti li Jaccod e Noussan dallo ottobre ed il Personnettaz dal 4 ottobre 1907; imputati: il Jaccod Francesco Alessandro, di furto qualificato continuato della somma di circa L. 60.000 in titoli di rendita sullo Stato, obbligazioni ed azioni di credito, consumato con atti esecutivi della medesima risoluzione, in epoche diverse nei mesi di maggio, giugno e settembre dell'anno 1907, in Aosta, in danno del capitolo e della Fabbriceria della chiesa della cattedrale, mediante chiavi false e con abuso della fiducia derivante da scambievoli relazioni d'ufficio (art.402-404, nn. l e 5-79, 431 Codice penale);

Il Noussan Domenico: 1° di complicità nel furto come sopra consumato dal Jaccod Francesco, per avere in epoca anteriore al furto stesso somministrato i mezzi per eseguirlo, consegnandogli le chiavi vere, acciò ne potesse far costrurre delle false (art.404, numeri Il 5-79,64, n. 2 C.P.); 2° di furto qualificato della somma imprecisata di circa L. 160.000, consumato in danno del canonico Gerbore, e per esso a danno della Cassa diocesana in Aosta, in epoca incerta dal 1893 all'epoca della morte, avvenuta il giorno 27 novembre 1906, e quel giorno stesso, con abuso di fiducia derivante da scambievoli relazioni di coabitazione temporanea (art.404, n. 1-79,431 Codice penale);

Il Personnettaz Nicandro, di complicità nel furto commesso da Jaccod Francesco a danno del Capitolo e fabbriceria della cattedrale di Aosta, per avere in epoca anteriore al furto stesso somministrato i mezzi per eseguirlo, facendo fare dal fabbro le chiavi false sul modello delle vere, e quindi consegnandole al Jaccod (art.404, nn. 1 e 5-79, 64, n. 2 Codice penale);

Viste le requisitorie del P.M.;

Ritenuto in ordine all'imputazione ascritta all'abate Jaccod che sufficienti indizi della sua colpevolezza dimanano dalla sua stessa confessione, dal sequestro di parte dei titoli rubati e delle chiavi false che servirono a consumare il furto;

Ritenuto in ordine alla responsabilità del sacerdote Personnettaz che si raccolsero pure sufficienti indizi, avendo egli confessato d'aver fatto fabbricare le chiavi false dietro incarico del Jaccod, confessione avvalorata dal deposito di parecchi testi, e non essendo poi attendibile la allegata sua buona fede;

Ritenuto che quanto al Noussan, oltre che non sono esclusi gli indizi di colpevolezza riguardo al furto a danno del Capitolo della cattedrale, gravi circostanze emergono a di lui carico relativamente al furto a danno del canonico Gerbore pel deposto dei testi, nonché pel rapporto e le indagini fatte dalla P.S., da cui emerge anche la stretta dimestichezza che egli aveva col canonico Gerbore e la molta frequenza nella di lui casa, sia pendente la lunga malattia di detto Gerbore, sia nel momento della di lui morte;

Che i reati agli imputati ascritti consentono mandato di cattura;

Che non si ravvisa opportuno concedere la chiesta libertà provvisoria né al Noussan, né al Personnettaz, sia avuto riguardo allo stato dell'istruttoria, stante i molteplici atti a cui devesi ancora ulteriormente procedere, sia anche avuto riguardo alla gravità delle imputazioni loro ascritte;

Perciò, visti gli art. 197, 199, 205, 209 Cod. pen., sulle conclusioni parzialmente disformi del P. M., dichiara legittimo l'arresto del Jaccod Francesco Alessandro, nonché del Noussan e del Personnettaz, ed ordina che in tale stato essi rimangano, respingendo la domanda di libertà provvisoria fatte dalli Personnettaz e Noussan. Manda inoltre a completarsi l'istruttoria.

Aosta, 10 ottobre 1907

Allegato C

Lettera del vescovo J. A Duc al papa Pio X (tratta dall'appendice alla tesi di Luigi Ronco)

DOCUMENTO 27

(AV.A, Dossier A. Lettera di Mons. Duc al Papa del 9 ottobre 1907)

Très Saint Père - humblement prosterné aux pieds de Votre Sainteté, je viens vous demander avec instance una grâce insigne celle de me décharger du poids de la charge pastorale. Bien des raisons me conseillent cet acte suprème.

D'abord ma santé laisse beaucoup à désirer. Agé de 73 ans, ayant 35 ans d'épiscopat, je suis épuisé de forces phisiques et morales. Des maux de tête, de pénibles insomnies m'affligent constamment. La mémoire me fait défaut et m' expose à négliger mes devoirs. Surchargé d'aff'aires, président de plusieurs établissements de bienfaisance, peu sécondé par les ecclésiastiques qui m'entourent, je suis devenu incapable de gouverner le diocèse. Ma parenté - je suis né dans le diocèse - me cause aussi de cruelles épines. Mon beau-frère et un neveu coupables de malversations, comme percepteurs des deniers publics, ont été jeté en prison et sont morts. Un autre neveu a été pousuivi et écroué dans un pays étranger. Un neveu que j' ai comblé de bienfaits, s'est fait protestant avec sa famille en haine au prêtre et publie un journal infâme, qui fait beaucoup de mal. Un autre neveu, chanoine de la Cathédrale, a été tout dernièrement incarceré et se trouve sous procès, accusé faussement, je crois, de soustraction de sommes d' argent et de titres au porteur appartenant à divers corps ecclésiastiques.

Ce n'est pas tout, la semaine passée un béneficier de ma Cathédrale et professeur au Collège municipal a été écroué coupable d'un vol de 60.000 francs au préjudice du chapitre et de la fabrique. Un autre pretre a été aussi arrêté, comme complice.         .

D'autre part le clergé a perdu la confiance en moi, surtout depuis que l'Econome du Séminaire est mort, en novembre dernier, laissant dans la caisse diocésaine un déficit de 130.000 L. environ. Mon clergé en grand nombre, sans partager toutes les doctrines de quelques modernistes, se laisse cependant conduire par eux dans l'opposition qui m'est faite et mai je suis trop bon. Votre Sainteté voit, le diocèse d'Aoste se trouve dans de graves conditions, une main plus forte et intelligente que la mienne peut seule y apporter remède. Votre Saintetè a pris de sages dispositions au sujet de l'Union Populaire (una sorta di Azione Cattolica) et de la réorganisation des études au Séminaire etc. Je ne suis pas à même de les mettre en exécution; les forces m'ont abandonné, je ne suis plus à la hauteur de la situation, je n'ai pas d'auxiliaires de bonne volonté. Permettez moi, Très Saint Père, que je démissionne, pour penser à la mort et à la sévère reddition des comptes que le Seigneur exigera de moi. Je ne demande aucune subvention à Votre Sainteté, j'ai quelques petits épargnes, je me contenterai de peu ; je me rétirerai chez un de mes neveux curé de campagne ou Petit Séminaire que j'ai fait bâtir à Aoste. Le bien du diocèse réclame au plus tôt un autre pasteur qui save réparer mes fautes. Plein de confiance en la bonté de votre noble coeur, j'implore à vos pieds la bénédiction apostolique.

Santissimo Padre - umilmente prostrato ai piedi di Vostra Santità, vi chiedo con insistenza una grande grazia, quella di sollevarmi dal peso della carica pastorale. Tante ragioni mi consigliano questo atto supremo.

Innanzitutto la mia salute lascia molto a desiderare. A 73 anni, di cui 35 di episcopato, mi sento mancare la forza fisica e morale. Dolori di testa, penose insonnie mi affliggono costantemente. La memoria mi difetta e mi spinge a trascurare i miei doveri. Sovraccaricato di lavoro, presidente di numerosi istituti di beneficenza, poco assecondato dagli ecclesiastici che mi circondano, sono diventato incapace di governare la diocesi. I miei parenti - sono nato nella diocesi - mi causano crudeli dolori. Mio cognato e un nipote colpevoli di malversazioni, come percettori di denaro pubblico, sono stati messi in prigione e sono morti. Un altro nipote è stato perseguito e incarcerato in un paese straniero. Un nipote che ho colmato di benefici, in odio ai preti, è diventato protestante con la sua famiglia e pubblica un giornale infame, che fa molto male (si tratta di Edouard Duc e del suo giornale "Le Mont-Blanc"nda). Un altro nipote, canonico della Cattedrale, è , stato ultimamente incarcerato e si trova sotto processo, accusato falsamente, credo, di sottrazione di somme di denaro e di titoli al portatore appartenenti a diversi corpi ecclesiastici.

E non è tutto, la settimana scorsa un beneficiato della mia Cattedrale e professore al Collegio municipale è stato imprigionato perché colpevole di un furto di 60.000 lire in danno del capitolo e della fabbrica, un altro prete è stato arrestato come complice.

D'altra parte il clero ha perso la fiducia in me, soprattutto dopo che l'Economo del Seminario è morto, nel novembre scorso, lasciando nella cassa diocesana un deficit di circa 130.000 lire. Gran parte del mio clero, pur senza condividere tutte le dottrine di alcuni modernisti, si lascia tuttavia condurre dagli stessi in una opposizione alla mia persona e io sono troppo buono. Come Vostra Santità può vedere, la diocesi di Aosta versa in gravi condizioni, solo una mano più forte e intelligente della mia può portarvi rimedio. Vostra Santità ha dato sagge disposizioni riguardo l'Unione Popolare (una sorta di Azione Cattolica) e riguardo la riorganizzazione degli studi in Seminario ecc. Io non sono nemmeno in grado di metterle in atto; le forze mi hanno abbandonato, non sono più all'altezza della situazione, non ho collaboratori di buona volontà.

Permettetemi, Santissimo Padre, di presentare le mie dimissioni, per pensare alla morte e al severo rendiconto che il Signore esigerà da me. Non chiedo alcuna sovvenzione alla Santità Vostra, ho qualche piccolo risparmio, mi accontenterò di poco; mi ritirerò presso uno dei miei nipoti curato di campagna o al Piccolo Seminario che ho fatto costruire ad Aosta. Il bene della diocesi reclama al più presto un altro pastore che sappia riparare ai miei errori. Pieno di fiducia nella bontà del vostro nobile cuore, imploro ai vostri piedi la benedizione apostolica.

Allegato D

Lettera dei parroci al vescovo Due (trascrizione del documento presente nell'appendice della tesi di Luigi Ronco)

Aoste, 8 janvier 1908

Monseigneur,

Les soussignés intéressés dans la liquidation de l'hoirie Gerbore, aujourd'hui réunis pour prendre connaissance de l'état des choses, constatent avec douleur que suivant le travail diligent fait par la Commission élue le 19 juin pro p. pour la liquidation de l'hoirie Gerbore, le déficit s'élève à L. 236187,41, et savent, pour l'éternelle honte du Clergé valdotain, que ce patrimoine de la bienfaisance a été consumé vivendo luxuriose.

Devrons-nous, Monseigneur, voir nos pauvres, nos églises, nos écoles, appauvrir, privés des ressources strictement indispensables? Devrons-nous de notre bourse payer les sommes qui manquent, couvrir les déficits ou attendre que nous y soyions contraints par l'autorité civile qui ne peut faire à moins que de nous tenir responsables des dépots qui ont été faits à M. Gerbore?

Les ressources de nos oeuvres ont été confiés à M. Gerbore, parce que nos supérieurs l'ont appelé à la charge de confiance d'Econome di G. Sérninaire; parce (que) cet établissement a une administration canoniquement instituée qui devait surveiller et répondre de la gestion de son mandataire, M. Gerbore.

Voudra-t-on dire que nos dépôts avaient été faits à la caisse diocésaine, qui sera distincte de l'administration du G. Séminaire? Mais alors il nous souvient, Monseigneur, des fréquentes exhortations que Votre Grandeur nous a faits, en particulier, par lettre, par paroles en public, par circulaires et avis à l'occasion de la retraite ecclésiastique, de confier nos avoirs à la Caisse diocésaine, exhortation qui, pour plusieurs équivalaient à des ordres. C'est pourquoi, à nos yeux, c'est à 1'Ordinaire diocésain même qu'étaient confiés nos dépôts: c'est Lui qui doit en répondre.

On répète qu'aujourd'hui, Votre Grandeur décline la responsabilité de la gestion de la caisse diocésaine, et que nous serons laissés seuls aux prises avec nos populations et l'autorité civile; mais nous ne pouvons le croire, Monseigneur.

De l'évêque du Diocèse relève de droit naturel et positif tout le patrimoine de la bienfaisance administré par des ecclésiastiques et appartenant à l'Eglise et dès lors, le contrôle, la surveilJance sur ces biens Lui incombent. Dans notre cas en particulier, la dignité de M. Gerbore, le degré de confiance que lui manifestait l'évêque du diocèse, le soustrayaient absolument à la vigilance du clergé, pour le mettre sous l'unique contrôle de Celui qui seul pouvait lui faire entendre le redde rationem.

Il ne nous appartenait pas, Monseigneur, et nous n'avons jamais été appelés à donner un contrôle à M. Gerbore ni à ses prédécesseurs, administrateur de la caisse diocésaine. Ce qui nous a empeché de réclamer, en d'autres temps, c'est que jamais M. Gerbore ne nous avait fait soupçonner les irrégularités déconcertantes qui ont été découvertes après sa mort.

Durant les dix ans que M. Gerbore a administré la caisse diocésaine nous le constatons aujourd'hui, pas un compte n'a été régulièrement contrôlé et approuvé; durant ses deux ans de maladie on n'a exigé de lui aucune reddition de compte; et tandis que nos fabriques ne peuvent se substraire à l'approbation à l'autorité, pourquoi la gestion Gerbore aurait-elle été exempte de ce légitime contrô- le, si ce n'est parce qu'elle était une émanation directe de Votre Grandeur, et que les deux autorités se confondaient en une seule?

C'est vrai que dans des notes de M. Gerbore figure, en 1897, une commission d'assistance composée de MM. Dondeynaz, Béthaz, Sarteur Pierre, mais outre que dans ces notes même, M. Gerbore est dit administrateur et que la délibération capitulaire de la Cathédrale du 2 janvier 1891 nomme M. Sarteur pour assister l'administrateur sans autre indication que le Chapitre de St. Ours n'a point fait les nominations de MM. Béthaz et Dondeynaz il est à observer que ces messieurs sont morts depuis assez long temps, qu'ils n'ont pas été remplacés, et que l'Evêque seul pouvait le faire. Il est à observer que ces Messieurs n'ont pas apposé leurs signatures nulle part, qu'il n'existe pas un procès verbal de délibération prise par eux et que le Curé de St. Etienne seul survivant, interrogé à cet égard, a tenu à rejeter par lettre toute responsabilité morale et matérielle.

En face de cet état de choses, voici, Monseigneur, quelles sont les demandes des intéressés soussignés:

1 ° Que Votre Grandeur veuille bien faire des sacrifices personnels aussi considérables pour combler le déficit, et provoquer autour d'Elle des sacrifices pareils;

2° Qu'Elle veuille, dans huit jours, répondre à la Commission élue le 19 juin pro p. pour la liquidation de l'hoirie Gerbore, si Elle entend faire les sacrifices nécessaires ci-dessus;

3° Dans le cas affirmatif les sousignés demandent que chaque caisse soit réintégrée avant le l er mars 1908 dans ses avoirs particuliers, suivant le prospectus dressé par la Commission pour la liquidation Gerbore.

Si dans les termes indiqués satisfaction n'était pas donnée, les soussignés se croiraient en devoir d'en référer à l'autorité supérieure.

4° Enfin que Votre Grandeur veuille bien inviter M. le Ch.ne Noussan à liquider au plus tôt l'hoirie Gerbore.

Dans la confiance que ces demandes soient accueillies, daigne Votre Grandeur agréer les humbles et respectueux hommages des soussignés.

Chan. Bovard curé (illeggibile).

Charles Follioley arch.

François Visendaz Cb. Curé.

François Visendaz pro (illeggibile) André archiprêtre.

Reboulaz Antoine.

(illeggibile)

(illeggibile) André.

François Thiébat.

Louis Jeantet C.

Anselme Gorret, Curé d'Oy.

Jean Ferdinand (illeggibile) curé d'Antey.

Ange (illeggibile) curé de Montjove1.

(illeggibile) François Berthod Curé de Rhèmes N. Dame.

Joseph V ésan Curé de Donnas.

(illeggibile) Bic, curé de Valtournanche.

Bionaz Emile Curé de S1. Nicolas.

Jean Pramotton Curé de Champorcher.

Paul Perruchon Curé d'Ayas.

Auguste Chatel Chanoine, pour le R. Curé de Fontainemore Benjamin Chatel, et pour le R. Vincent Minet Curé d'Hereraz.

(illeggibile) Bochatey archipretre d'Arvier.

Louis Clapasson chanoine, pour le R. Dupont Curé de S1. Germain. J. Cèsar (illeggibile).

J'adhère à la lettre ci-dessus, Aoste le Il janvier 1908 Vincent Minet Curé d'Hérères.

J'adhère à la lettre ci-dessus, Fontainemore le 12 janvier 1908. Benjamin Chatel curé.

J'adhère à la lettre ci-dessus, Gaby le 13 janvier 1908. Joseph Baudin Curé. Jean-Baptiste Borettaz, Prieur de Fénis adhère à la lettre ci-dessus. Vierin Joseph Curé d'Issogne adhère à la lettre ci-dessus.

J'adhère à la lettre ci-dessus. Joseph-Antoine (illeggibile) Curè d'Arnad. J'adhère aux délibérations ci-dessus abbé Joseph Dupont, Curé de S1. Germain.

Aoste, le 27 janvier 1908.

Ferdinand Farinet représentant du lego Saint-Rhemy Bosses

Aosta 8 gennaio 1908

Monsignore,

I sottoscritti interessati alla liquidazione dell'eredità Gerbore, riunitisi oggi per prendere conoscenza dello stato di cose, constatano con dolore che secondo il diligente lavoro svolto dalla Commissione eletta il 19 giugno u. s. per la liquidazione dell'eredità Gerbore, il deficit ammonta a L. 236187,41, e sanno, per l'eterna vergogna del Clero valdostano, che questo patrimonio della beneficenza è stato consumato vivendo luxuriose.

Dovremo, Monsignore, vedere i nostri poveri, le nostre chiese, le nostre scuole, impoverire, privati delle risorse strettamente indispensabili? Dovremo di tasca nostra pagare le somme che mancano, sanare i deficit o aspettare che vi siamo costretti dall'autorità civile che non può fare a meno di considerarci responsabili dei depositi che sono stati fatti al Sig. Gerbore?

Le risorse delle nostre opere sono state affidate al Sig. Gerbore, perché i nostri superiori lo hanno chiamato alla carica di fiducia di Economo del G. Seminario; perché questo istituto ha una amministrazione canonicamente istituita che doveva sorvegliare e rispondere della gestione del suo mandatario, Sig. Gerbore.

Si vorrà dire che i nostri depositi erano stati fatti alla cassa diocesana, che sarà distinta dall'amministrazione del G. Seminario? Ma allora ci ricordiamo, Monsignore, delle frequenti esortazioni che Vostra Grandezza ci ha fatte, in privato, per lettera, a voce in pubblico, con circolari e avvisi in occasione di ritiro ecclesiastico, di affidare i nostri averi alla cassa diocesana, esortazioni che, per molti equivalevano a degli ordini. E' per questo, che ai nostri occhi, è all'Ordinario diocesano stesso che erano affidati i nostri depositi: è Lui che ne deve rispondere.

Si ripete che oggi, Vostra Grandezza declina la responsabilità della gestione della cassa diocesana, e che noi saremo lasciati soli alle prese con le nostre popolazioni e l'autorità civile; ma noi non possiamo crederlo, Monsignore.

Dal vescovo della Diocesi dipende di diritto naturale e positivo tutto il patrimonio della beneficenza amministrato dagli ecclesiastici e appartenente alla Chiesa e quindi, il controllo, la sorveglianza su questi beni Gli derivano. Nel nostro caso in particolare, la dignità del Sig. Gerbore, il grado di fiducia che gli manifestava il vescovo della diocesi, lo sottraevano completamente alla vigilanza del clero, per metterlo sotto l'unico controllo di Colui che solo poteva fargli intendere la redde rationem.

Non ci apparteneva, Monsignore, e non siamo mai stati chiamati ad esercitare un controllo sul Sig. Gerbore né sui suoi predecessori, amministratori della cassa diocesana. Ciò che ci ha impedito di reclamare, in altri tempi, è che mai il Sig. Gerbore ci ha fatto supporre le irregolarità sconcertanti che sono state scoperte dopo la sua morte.

Noi capiamo tuttavia che una disgrazia può capitare, e che un prete elevato in dignità può tradire la fiducia del suo superiore, ma la diligenza ordinaria nella gestione e nel controllo che scuserebbe e solleverebbe la responsabilità, qui non è stata impiegata.

Durante i dieci anni che il Sig. Gerbore ha amministrato la cassa diocesana, lo constatiamo oggi, neanche un conto è stato regolarmente controllato e approvato; durante i due anni di malattia non si è preteso alcun rendiconto; e mentre le nostre fabbriche (amministrazioni delle chiese nda) non possono sottrarsi all'approvazione dell'autorità, perché la gestione Gerbore sarebbe stata esentata da questo legittimo controllo, se non perché essa era una emanazione diretta di Vostra Grandezza, e perchè le due autorità si confondevano in una sola?

E' vero che in alcune note del Sig. Gerbore appare, nel 1897, una commissione di assistenza composta dai Sigg. Dondeynaz, Béthaz, Sarteur Pierre, ma non solo in queste note, il Sig. Gerbore è detto amministratore e la delibera capitolare della Cattedrale del 2 gennaio 1891 nomina Sarteur per assistere l'amministratore senza altra indicazione tanto che il Capitolo di St. Orso non ha fatto le nomine dei Sigg. Béthaz e Dondeynaz. E' da osservare che questi signori sono morti da molto tempo, che non sono stati sostituiti, e che il Vescovo solo lo poteva fare. E' da osservare che questi signori non hanno posto la loro firma in nessun luogo, che non esiste un verbale di delibera presa da loro e che il Curato di St. Etienne, unico ancora vivente, interrogato a questo riguardo, ha negato per iscritto ogni responsabilità morale e materiale.

Visto lo stato di cose, ecco, Monsignore, quali sono le domande dei sottoscritti:

1 ° Che Vostra Grandezza voglia fare dei sacrifici personali così considerevoli per ripianare il deficit, e provocare attorno a Ella dei sacrifici simili;

2° Che Ella voglia, entro otto giorni, rispondere alla Commissione eletta il 19 giugno u. s. per la liquidazione dell'eredità Gerbore, se Ella intende fare i sacrifici necessari predetti;

3° Nel caso affermativo i sottoscritti chiedono che ogni cassa sia reintegrata prima del 1 marzo 1908 nei suoi averi, seguendo il prospetto redatto dalla Commissione per la liquidazione Gerbore.

Se nei termini indicati soddisfazione non sarà data, i sottoscritti si crederebbero in dovere di riferirne all'autorità superiore.

4° Infine che Vostra grandezza voglia invitare il Can. Noussan a liquidare al più presto l'eredità Gerbore.

Nella speranza che tali domande siano accolte, si degni Vostra Grandezza di gradire gli umili e rispettosi omaggi dei sottoscritti.

Allegato E

Trascrizione della sentenza del tribunale di Aosta del 15 gennaio 1909.

In nome di sua Maestà Vittorio Emanuele III per grazia di Dio e volontà della nazione Re d'Italia

1909 15 gennaio

Il Tribunale civile e penale di Aosta

composto dai Signori Avvocati:

Caire cav. Luigi

Gabinara Giovanni

Gallo Mario Pretore locale, ff.

Presidente

Giudice

Giudice

ha pronunziato la seguente

Sentenza

nella causa del P.M. rinviata al giudizio di questo Tribunale con sentenza del 2.4.1908 della Sezione d'Accusa presso la Corte d'Appello di Torino. Contro

1° JACCOD Francesco Alessandro fu Armando e fu Jocalla Maria Susanna, nato il 1 aprile 1857 a Introd, residente in Aosta, sacerdote e professore di matematica, incensurato, comparso.

Detenuto dal 2 ottobre 1907.

2° PERSONNETTAZ Nicandro di Alessandro e fu Bordana Teresa, nato il l settembre 1856 a Châtillon ove risiede, sacerdote, maestro elementare, incensurato, comparso.

Detenuto dal 4 ottobre l 907 al5 ottobre 1908,

Imputati

Il Jaccod: del delitto previsto e punito dall'art. 404 n. 1 e 5, 402, 79 cod. pen. per essersi, in Aosta nei mesi di maggio, giugno e settembre 1907, in più volte, con atti esecutivi della medesima risoluzione, impossessato per trarne profitto, di titoli di rendita dello Stato, di obbligazioni, di azioni, pel valore di lire sessantamila circa, commettendo il fatto con abuso di fiducia derivante da scambievoli relazioni d'ufficio e mediante chiavi false e ciò a danno del capitolo della Fabbriceria della Cattedrale

Il Personnettaz: di concorso nel reato anzi detto a senso degli art. 64 n. 2 402, 404 n.l e 5 cod. pen. per avere in Aosta, in epoca più o meno prossima, ma anteriore al fatto, somministrato al Jaccod i mezzi per eseguirlo, commettendo ad un fabbro la confezione delle false chiavi, portando prima gli stampi e poi le vere chiavi, che rimetteva al Jaccod, unitamente alle chiavi false.

In esito all'odierno pubblico dibattimento

Si premette come costante in fatto:

La sera del 29 settembre 1907 i Canonici del Capitolo della Cattedrale di questa Città Rev. Amato Lucat, Emanuele Gai e Stefano Duc dovendo estrarre per l'esazione dei tagliandi alcuni titoli dello Stato Pontificio « Blount » depositati, con altri, nella cassaforte esistente nella camera, adibita ad uso di vestiario dei Canonici, e dei Cappellani beneficiati, la quale cassa è celata in uno degli armadi, e munita di 4 serrature e chiavi speciali con particolari congegni, oltre ad una porta antistante che è pur munita d'altre due chiavi, (V. Verbale di descrizione a f. 96, voI. 1°) ebbero la triste sorpresa di riscontrare la mancanza di una gran quantità di titoli di credito, cioè Blount, di obbligazioni dei Comuni di Viareggio ed Ancona, di cartelle di rendita Italiana e di titoli Bulgari e Turchi appartenenti parte al Capitolo, e parte alla fabbriceria, il tutto per un ammontare complessivo poscia verificato in circa lire 60.000.

La cassa e la porta non presentando tracce di violenza, lascia subito sospettare che il ladro avesse fatto uso di false chiavi.

Sporta immediata denuncia all'autorità di P. S. e alla Regia Procura, ed avviatesi le prime indagini, il solerte Delegato Pasi riuscì a scoprire che l'abate beneficiario di questa Cattedrale Don Jaccod - odierno giudicabile - avea depositato in pegno presso il negoziante di questa città Venanzio Jaccod una cartella di rendita che era fra quelle derubate. Ciò determinò l'arresto dell'abate, e condusse alla scoperta di molti altri titoli da lui depositati in altre operazioni di mutuo presso il medesimo negoziante, e presso altri cioè: Cornelio Dellano, Angela Chiosa vedova Balla, Lorenzo Ottoz, Maurizio Chevrère e Vincenzo Rollandin, e Vittorio Manzetti.

Don Jaccod si confessò autore del furto denunciato, dichiarando averlo commesso egli solo coll'uso di chiavi fatte fabbricare col modello delle chiavi vere che disse avere fin dal 1901 quando era prevosto del Capitolo il Canonico Gerbore (deceduto nel novembre 1906), rinvenute abbandonate sulla cassaforte allora rimasta vuota, unitamente ad un foglio che conteneva le istruzioni per aprirla.

Aggiunse che la prima delle chiavi averla ordinata e fatta fabbricare dal fabbro Giuseppe Ferina in questa città, recandosi nella di lui bottega in compagnia del coimputato Don Personnettaz, che per le altre chiavi della cassa egli avea dato a questi espresso incarico di cercare un altro fabbro a Châtillon ed altrove: e che infatti il Personnettaz a mezzo del Crestaz Giacomo avea trovato il fabbro Giuseppe Piazza di Pont Saint Martin il quale era riuscito a fabbricare 4 chiavi, sopra modello delle vere, che vennero poi rimesse, a mezzo del Crestaz, al Personnettaz e da questi al Don Jaccod.

Affermò che prima di consegnare le chiavi vere, egli avea in casa sua, insieme al Personnettaz, fabbricato con lastre di piombo, dei modelli ossia stampi di esse; ma che questi furono inutili perché il fabbro Piazza avea dichiarato non potersene servire per la fabbricazione delle richieste chiavi, essendo indispensabili le chiavi vere.

Don Jaccod ripetè tali confessioni e dichiarazioni nei vari suoi costituti in istruttoria, e le confermò altresì in questa udienza dopo che già avea con due lettere indirizzate al presidente confessato pienamente il suo fallo, di cui mostravasi pentito, e dichiarato di rimettersi alla giustizia del Tribunale, esprimendo la sua ferma intenzione di non comparire all'udienza, non avendo alcuna difesa a fare.

Però al dibattimento - al quale fu costretto a comparire il giorno 14 - dietro consiglio del suo difensore dichiarò che non ammetteva di aver commesso il furto con abuso di fiducia, ma unicamente con il mezzo delle chiavi false, e la difesa di lui si sforzò a sostenere esulare nella specie la qualifica di cui al n.l dell'art.404 C.P. difettandone gli estremi. Ma la tesi defensionale non ha alcun fondamento legale, imperocché è acquisito agli atti, e neppur contestato dal giudicabile, che egli per ragione del suo ufficio di cappellano e abate beneficiato era liberamente ammesso nel locale del vestiario dove il furto avvenne, ed era munito di un « passepartout » per poter accedervi a qualunque ora. Appunto per tale suo ufficio si verificavano fra, lui e i canonici componenti il Capitolo della Cattedrale scambievoli relazioni dovendo egli recarsi nei giorni e nelle ore in cui era comandato per servizio di Coro, e per la celebrazione delle Messe, in quella camera dove erano riposti gli indumenti suoi, sacerdotali, e quelli dei canonici. Ciò non poteva quindi che facilitargli la perpetrazione del furto nella cassaforte ivi esistente, benché celata agli occhi dei profani, e munita di mezzi non comuni di chiusure, ed infatti egli ebbe tutto l'agio di conoscere l'ora più opportuna di commettere il delitto - quella in cui la chiesa era deserta, anche per l'assenza dei sagrestani e di tutti i canonici e sacerdoti, cioè l'ora del pranzo, come egli stesso ebbe a dichiarare - ed ebbe così tutto il tempo di studiare i congegni delle serrature, colla scorta delle istruzioni scritte di cui si era impossessato, ricavandone una copia per suo miglior uso. E' risaputo che l'art. 404 n. l nella varietà dei casi ivi ipotizzati comprende tutti quei fatti nei quali si rivela più grave la responsabilità del colpevole, che riesce a convertire la fiducia personale in lui riposta in un mezzo a derubare colui che gli accordi tale fiducia. E nulla importa quindi, che per la consumazione del furto il reo abbia dovuto ancora superare ostacoli, come quelli dello scasso o dell'uso di false chiavi, giacché questo non toglie che esso abbia avuto una facilitazione per giungere al delittuoso intento, che è quello di introdursi liberamente nel luogo dove la res furtiva è custodita.

Jaccod deve pertanto rispondere del furto addebitatogli colle due qualifiche, a sensi dell'ultimo capoverso dell'art. 404, e gli si rende pure applicabile il disposto dell'art. 79, perché egli stesso, non contestato mai d'aver commesso il furto in due volte dal mese di luglio al settembre successivo, ammettendo d'aver già aperto la cassaforte in maggio, o giugno precedente, senza però nulla toccare dei valori ivi contenuti.

In ordine alla responsabilità ascritta al Don Personnettaz, per la complicità prevista dal n. 2 dell'art. 64, vale a dire per avere somministrato al Don Jaccod mezzi per commettere il furto, osservasi primieramente che della chiave ordinata al fabbro Ferina in questa città il Don Personnettaz non è tenuto a rispondere, perciocché /sebbene questi avesse designato al Jaccod il Ferina come fabbro capace del lavoro inteso nondimeno/[22] per dichiarazione dello stesso teste Ferina fu il Don Jaccod che gli diede l'incarico di fare quel duplicato di chiave, fu egli che la ritirò, e gliela fece anche ritoccare dicendo che non andava bene. E' vero che il Personnettaz accompagnò Don Jaccod la prima volta che egli recossi dal Ferina, ma risulta pure che esso non fece che prestare un'assistenza passiva.

L'addebito del Don Personnettaz consiste nell'aver egli nella estate del 1901 - per mandato avuto dal suo amico Jaccod - richiesto il Cav. Crestaz Giacomo di trovargli un fabbro capace di far il duplicato di 4 chiavi, dietro presentazione dei relativi modelli o stampi in piombo - già confezionati dal Don Jaccod in casa propria - coll'assistenza ed aiuto di esso Don Personnettaz - e d'aver poscia ritirate le 4 chiavi che il Crestaz avea fatto fabbricare dal fabbro Piazza di Pont Saint Martin - sul modello delle chiavi vere pure dal Personnettaz consegnategli, e d'averle - infine rese al Don Jaccod. Le dette chiavi, - in uno coi modelli - essendo state somministrate dal Don Personnettaz al Don Jaccod nel 1901 - ed il furto consumatosi solo nel 1907, devesi anzitutto ricercare se il primo fosse nel 1901 consapevole delle intenzioni del secondo, fosse cioè conscio che questi intendeva adibire quelle chiavi per commettere il furto da lui effettivamente consumato sei anni dopo.

Ora è certo che Don Jaccod nei suoi vari interrogatori scritti, ed a questo dibattimento non ha mai dichiarato che egli nel commettere al Don Personnettaz la fabbricazione delle chiavi gli avesse svelato il suo intento di perpetrare il furto. Disse anzi al medesimo a chi l'avrebbe interrogato sull'uso di dette chiavi rispondesse che erano per un signore di Aosta e destinate per un magazzino di fontine, e tale fu infatti la spiegazione che Don Personnettaz diede al Cav. Crestaz, il quale, come ha attestato a quest'udienza, non ebbe mai l'ombra di dubbio che il committente non avessegli detto la verità, anche per la conoscenza personale, la stima che egli ne aveva.

E' vero che nel suo interrogatorio del 5 ottobre 1907 Don Jaccod disse che il Don Personnettaz nel far fare le chiavi da diverse persone ed in luoghi diversi avea potuto sospettare che fossero destinate « a fini non onesti », ma oltreché ciò non espresse se non un'opinione personale del giudicabile la quale potrebbe anche essere errata e mal fondata, un tale sospetto in genere sulla natura disonesta dell'azione sarebbe ben lungi dal rendere il Don Personnettaz complice, quando non risulta affatto ch'egli fosse a conoscenza delle circostanze particolari, ossia del luogo e delle modalità del progettato furto. E' poi risultato al dibattimento che il Personnettaz non avea mai posto piede nella camera vestiario in questione ed ignorava benanco l'esistenza ivi della cassaforte, esistenza che anche parecchi canonici affermarono aver appresa solo da pochi anni ossia dalla loro investitura del canonicato, sebbene già come sacerdoti frequentassero la Cattedrale (esami dei denuncianti Gorret, Gal e Duc).

Egli poteva credere in buona fede che si trattasse realmente di chiavi destinate per magazzini di fontina, giacché è notorio il grande commercio che di questa qualità di formaggi si fa nella Valle d'Aosta, e particolarmente poi è risultato al dibattimento per le dichiarazioni del Prevosto Canonico Gorret che l'imputato Don Jaccod era comproprietario della casa ove ha sede la società cooperativa di consumo, la quale pure teneva magazzini di fontine - in questa città - ed era anche uno degli amministratori della società stessa. Del resto a riguardo della buona fede del Don Personnettaz deposero concordemente parecchi testi attendibili, e disinteressati, quali il Sindaco di Châtillon Gabriele Hérin, l'ex Sindaco e Consigliere Provinciale Conte D'Entrèves, il Parroco Canonico Don Ruffier di Châtillon, il Canonico Fruttaz, il Canonico Christillin, ed il negoziante Sarteur, e il Dottor Debernardi, che tutti qualificarono il Don Personnettaz per uomo bonario e credenzone, facile prestar fede alle altrui dicerie, di intelligenza piuttosto limitata, ma onesto ed incapace a delinquere in attentato alla proprietà, attestando in pari tempo che la voce pubblica nel paese lo riteneva una vittima dell'astuto Don Jaccod che avealo facilmente tratto in inganno nell'esecuzione del delitto da lui ideato e consumato.

E se si bada al contegno tenuto dall'imputato in quest'affare della ricerca del fabbro, non puossi a meno che restar persuasi della di lui buona fede e credulità, poiché tale contegno fu ben lungi dall'apparir misterioso, riservato e sospetto. Egli infatti dapprima si informò a Châtillon di certi Gianolio e Ramella, e saputo che questi non erano fabbri capaci di costruire le chiavi in questione, si rivolse all'elettrecista Cav. Crestaz - Sindaco di Perloz - persona certo non sospetta, affinché gli procurasse il fabbro capace ch'ei desiderava. E siccome a Châtillon tale persona non si rinveniva, così il Crestaz trovò il fabbro Piazza Giuseppe a Pont Saint-Martin il quale accettò ed eseguì l'incarico non dubitando menomamente che le chiavi potessero servire a scopo delittuoso. Risulta anzi dal deposto dello stesso teste Crestaz che avendo questi osservato al Personnettaz avergli detto il Piazza che quelle chiavi essendo di costruzione un pò difficile, forse non sarebbero andate subito bene e che sarebbe occorso di aggiustarle sul posto, il Don Personnettaz rispose allora tranquillamente che se fosse stato necessario si sarebbe fatto avvertire il fabbro di recarsi sul luogo ad esperimentare le chiavi.

Si è tratto un argomento d'accusa dal fatto che il Don Personnettaz interrogato dall'autorità di pubblica sicurezza, dapprima negò qualsiasi incarico di fabbricazione di chiavi e poscia per le contestazioni fattegli, finì per confessare: ma è uopo rilevare che quegl'interrogatori di lui ebbero luogo il 4 ottobre quando già erasi levato gran rumore sui giornali e segnatamente dalla Stampa del grave furto a danno della Cattedrale e se ne indicavano gli autori e complici, per cui sotto le minacce di un arresto il Personnettaz tratto alla Caserma dei carabinieri, non è a stupire che s'inducesse a negare circostanze che potevano a primo aspetto farlo apparire reo complice del Jaccod amico suo.

Egli negò anche in istruttoria d'aver assistito questi nella fabbricazione dei modelli delle chiavi in piombo, ammettendo solo d'aver ricevute e consegnate al Crestaz delle lamine senza verun'impronta; ma anche di tal circostanza non potrebbesi fargli un carico accessorio erigendola a prova di colpevolezza, data l'emotività del suo carattere, dimostrata durante il lungo periodo dell'istruttoria, che lo trasse poi ad un forzato ricovero al manicomio.

E d'altronde al dibattimento egli non ha più mossa alcuna contestazione, ma si è limitato al dire di non ricordare più quanto egli aver fatto, dopo i patimenti sofferti per la malattia mentale che lo avea colpito, consistente in una forma di frenosi sensoriale, da arteromasia - rammollimento cerebrale - quale venne qualificata dal perito Dottor Tirelli, in concorso con il Dottor Debernardi.     

Per abbondanza solo si rileva come il Don Jaccod abbia sempre escluso che il Don Personnettaz abbia partecipato in qualunque modo ai proventi del furto. E' risultato che per scrittura privata 22 ottobre 1895 questo erasi sicuramente verso costui debitore della somma di lire 750 per altrettante dal Jaccod pagate per di lui conto. Che all'aprile 1901 tale debito si era residuato a lire 400 sulle quali il debitore pagò un acconto di lire 200. Personnettaz soddisfece al Crestaz il prezzo delle chiavi con danaro proprio in lire 75 (teste illeggibile) per cui si sarebbe residuato a sole 125 il suo debito, ma dovrebbesi tener conto delle spese fatte in viaggi da Châtillon ad Aosta del Don Personnettaz ciò che ridurrebbe a somma ben esigua, e meschina, l'utile ch'egli avrebbe ricavato dal servizio prestato a pro dell'amico, e certamente derisorio e non adeguato all'importanza dell'oggetto, quando gli fosse stato veramente conosciuto. E credesi benanco superfluo soffermarsi sopra l'occasione di prescrizione subordinatamente affacciata dalla difesa, per essere trascorso il quinquennio dal fatto addebitato al Don Personnettaz alla data della perpetrazione del furto, non ravvisando si tale precauzione applicabile ad atti preparatori susseguenti dalla consumazione dal delitto costituenti perciò la prestazione dei mezzi dalla legge vietata, che non si potrebbe scindere dall'esecuzione del delitto stesso.

Ritenuto - in ordine alla pena infliggenda al Don Jaccod - che devesi tener conto dell'entità del furto e della qualità dell'imputato che non è persona zotica ed ignorante ma rivestita di grado sacerdotale dalla carica onorata d'un pubblico insegnamento e quindi reputasi congrua la pena di anni quattro di reclusione, che va aumentata del sesto per l'art. 79 C.P.

Per questi motivi

l° Dichiara convinto Jaccod Don Francesco Alessandro del furto qualificato addebitatogli come nel capo d'imputazione che prevede e vi(sti) gli art. 404 n.l, e 5, 36,37 C.P.¬

Lo condanna a quattro anni e otto mesi di reclusione; all'indennità che di ragione verso le parti lese ed alle spese processuali e tasse di sentenza.

2° Assolve per non provata reità il Don Personnettaz dall'ascrittagli imputazione.

3° Ordina la confisca delle chiavi e degli altri oggetti sequestrati al Don Jaccod.

4° Manda restituirsi ai legittimi rispettivi proprietari i valori caduti in sequestro.

Aostali 15 gennaio 1909

Caire Gabinara Gallo

Deffeyes

li 10-4-909 rilasciata copia a P.M. Per uso della Prefettura di Torino. Deffeyes

La Corte di Cassazione di Roma con giudicato 20 agosto 1909 rigettò il ricorso contro la sentenza due aprile stesso anno della Corte d'Appello di Torino, confermante di quella avanti estesa. Deffeyes

Il 9-11-09 rilasciato estratto al P.M. Per assegnazione del condannato ad una casa di pena. Deffeyes

Li 5-2-910 rilasciato estratto per uso Ministero d'Istruzione. Deffeyes

Il 13-3-912 rilasciato estratto al P.M.



[1] Le Mont-Blanc, 24 maggio 1907.

[2] Le Mont-Blanc, 11 ottobre 1907.

[3] Le Mont-Blanc, 9 ottobre 1907.

[4] Jacques Bonhomme, 11 ottobre 1907. Le Mont-Blanc, 4 ottobre 1907.

[5] Jacques Bonhome, 18 ottobre 1907.

[6] Le Mont-Blanc, 11 ottobre 1907.

[7] Le Mont-Blanc, 22 ottobre 1907.

[8] Careggio A. M., Le clergé valdôtain de 1900 à 1984, Imprimerie valdôtaine, Aoste, 1985.

[9] Le Mont-Blanc, 1 novembre 1907.

[10] Le Mont-Blanc, 18 ottobre 1907.

[11] Le Mont-Blanc, 25 ottobre 1907.

[12] Le Duché d'Aoste, 20 novembre 1907.

[13] Le Duché d'Aoste, 18 dicembre 1907.

[14] Le Duché d'Aoste, 1 aprile 1908.

[15] Che tale “Non luogo a procedere” sia stato stabilito prima del 1 aprile 1908 lo si deduce dal fatto che Le Duché d'Aoste, in un articolo del 1 aprile 1908, parla del processo che sarà intentato contro Jaccod e Personnettaz, senza nemmeno nominare Noussan.

[16] Le Mont-Blanc, 24 luglio 1908.

[17] Il Canavese, 15 gennaio 1909.  Jacques Bonhomme, 15 gennaio 1909.

[18] Le Mont-Blanc, 25 settembre 1908, 16 ottobre 1908.

[19] L'orientation des élections politiques dans les deux collèges d'Aoste et de Verrès, Imp. E. Duc, Aoste 1909, pag. 8.

[20] Università Cattolica del sacro Cuore, Milano, Facoltà di lettere e filosofia, tesi di laurea in Storia Contemporanea “Il movimento cattolico nella Valle d'Aosta dal 1895 al 1913”, Relatore: Prof. Gianfranco Bianchi, candidato: Luigi Ronco, A.A. 1972-1973, pag 289.

[21] Tale dato è indicato nella Tesi di Luigi Ronco.

[22] Lo scritto tra sbarrette nell'originale della sentenza è posto alla fine del documento.

 

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