Innocenzo Manzetti – I documenti


Innocenzo ManzettiCon questo documentario vogliamo andare oltre lo sceneggiato tratto dall’opera di Tancredi Ribaldi, tentando una lettura più critica dei documenti esistenti.
Iniziamo con la pietra tombale di Innocenzo nel cimitero di Sant’Orso. Essa è posteriore di almeno una quarantina di anni alla morte dell’inventore. Vi è infatti ricordata anche la morte della moglie, Rosa Angola, che avvenne nel 1914.
La stele che nel fregio superiore riporta gli oggetti su cui Innocenzo lavorò, le cornette del telefono, i cannocchiali, le squadre e i compassi, appare quasi come il riconoscimento tardivo del genio dell’inventore.
In effetti, lo sostiene anche il Tibaldi nel suo libro, la città di Aosta fu piuttosto fredda con il suo illustre cittadino, tant’è che quando l’inventore morì, la banda cittadina, di cui pure Innocenzo aveva fatto parte, si rifiutò di suonare gratuitamente al funerale.
La ragione di tale freddezza è da attribuirsi probabilmente all’impopolarità ricaduta su Innocenzo dopo l’insuccesso del filtro sul torrente Buthier che era costato somme notevoli.
Soltanto quando nel comune di Invorio Inferiore, molti anni dopo la morte, nel 1894, sull’onda del successo del telefono, si scoprì una lapide in onore di Innocenzo, dicendo che era nato in quel comune, soltanto allora dicevamo, Aosta si ricordò che Innocenzo Manzetti era “un enfant du pays”, e per dimostrare la sua valdostanità si citò come prova il certificato di battesimo giacente nell’archivio della parrocchia della Cattedrale che anche il Tibaldi riporta senza tema di smentite nella sua opera.
Nel corso delle ricerche ci siamo recati nel predetto ufficio parrocchiale per vedere il certificato, e qui, del tutto inaspettatamente la sorpresa! Nel registro dei battesimi, al giorno 17 marzo 1826, risulta sì essere nato un tale Manzetti, ma non Innocenzo, bensì Vincenzo. Una mano ha poi aggiunto posteriormente che la persona battezzata in quel giorno è stata cresimata nel 1839 con il nome di Innocenzo, ed in effetti un Innocenzo Manzetti risulta cresimato nel 1939.
Ci sorse a quel punto il dubbio che avessero ragione quelli di Invorio, tanto più che anche “La Feuille d’Aoste” nello stato civile del marzo 1877, anno della morte, riporta Innocenzo come nativo di Invorio Inferiore.
Ma ad Invorio, negli archivi della parrocchia non trovammo nulla, di Innocenzo non c’era traccia. Infine, dopo altro cercare, scovammo, nell’archivio della parrocchia di San Lorenzo, un documento che può certamente essere considerato definitivo sulla questione. Si tratta del certificato di matrimonio di Innocenzo, in cui egli stesso, apponendo la firma, dichiara di essere nativo di Aosta.
Quel Vincenzo Manzetti nato e battezzato il 17 marzo 1826 è dunque effettivamente il nostro inventore che, non sappiamo per quale motivo, i genitori preferirono poi chiamare Innocenzo.
Anche la data della morte di Innocenzo non è il 17 marzo 1877 indicata dal Tibaldi, ma il 15 marzo come riportato dai necrologi sui giornali e dal certificato di morte esistente presso la parrocchia di San Lorenzo. Il cambio dal giorno 15 al giorno 17 probabilmente fu suggerito all’autore dall’intenzione di sottolineare una sorta di evento unico, quasi magico, costituito dalla vita dello straordinario inventore, che, quasi predestinato, nasce e muore nello stesso giorno chiudendo un cerchio perfetto e irripetibile.
In una copia del libro di Tancredi Tibaldi giacente presso la Biblioteca regionale, a pagina 17, si trova una annotazione a matita grazie alla quale è stato possibile localizzare la casa in cui visse la famiglia di Innocenzo. La nota dice che l’edificio un tempo occupato dai Manzetti, dal 1881 è abitato dal canonico Domenico Noussan. Il canonico Augusto Quey, decano del Capitolo della Cattedrale, che conobbe in gioventù il canonico Noussan, molto cordialmente ci ha accompagnati alla casa. Fu dunque qui, al numero 6 di via San Giocondo che Innocenzo iniziò, aiutato dai fratelli, gli esperimenti sulla trasmissione della parola.
La notizia dell’invenzione del telefono realizzata da Innocenzo e la sua divulgazione tramite i giornali, “L’Eco d’Italia” pubblicato a New-York, fu uno di questi, causò la reazione di Antonio Meucci. L’inventore fiorentino, emigrato negli Stati Uniti, scrisse nel 1865, una lettera, rivendicando sì la priorità dell’invenzione, ma rendendosi anche disponibile per una collaborazione con il Manzetti. La questione della priorità dell’invenzione fu risolta nel 1876 quando il governo degli Stati Uniti conferì il brevetto dell’invenzione ad Alexander Graham Bell. Il conferimento di tale brevetto fu sicuramente uno dei motivi che spinsero il professor Fornari di Milano, nel 1884, ad attaccare duramente il canonico Edouard Bérard, amico di famiglia di Innocenzo.
Fornari, sul giornale “Le Patriote” insinuò che il sacerdote avesse contribuito a convincere gli eredi di Innocenzo, la moglie Rosa e il fratello Luigi, a svendere, nel 1880, l’invenzione del telefono a due americani di cui il Bérard stesso si era reso garante. Il canonico rispose alla grave accusa con una lettera sullo stesso giornale. I due signori americani Orazio Eldred e Max Meyer, disse il Bérard, raccomandati a lui dal rappresentante degli Stati Uniti in Italia, erano venuti in Europa per acquistare i diritti degli inventori del telefono allo scopo di far annullare il brevetto ottenuto da Graham Bell. Essi si impegnarono con un contratto, depositato presso un notaio, a pagare diecimila lire, circa 45 milioni attuali, agli eredi qualora Innocenzo fosse stato riconosciuto primo inventore del telefono dal tribunale americano.
Il canonico, continuando la sua difesa, disse che si limitò a consigliare agli eredi di accettare la proposta, perché quello era a suo avviso l’unico modo, o meglio l’unica speranza per trarre qualche utilità pratica dal lavoro di Innocenzo.
I due americani che si erano portati via per poche lire tutti gli appunti e ciò che restava dell’apparecchio telefonico costruito da Innocenzo, non riuscirono a spuntarla contro la potente Compagnia Bell. A Manzetti non fu quindi riconosciuta la priorità dell’invenzione, che venne invece assegnata dalla Corte suprema degli Stati Uniti ad Antonio Meucci nel 1888, quando non aveva più ormai nessuna utilità pratica.
La targa sulla casa di Manzetti in via Xavier de Maistre lo indica come esecutore del primo apparecchio telefonico, ma, oggi come oggi è difficile o meglio impossibile stabilire se Innocenzo fu davvero il primo. Forse però la cosa non è poi così importante. Importante e diremmo esemplare fu, per lui come per gli altri inventori, l’intuizione, la volontà, lo studio, lo sforzo per raggiungere un risultato allora inimmaginabile, la trasmissione della voce umana a grandi, grandissime distanze.