TESTO


La chiesa valdostana, la lingua francese e il fascismo

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Patrizio Vichi

 

Parte dei documenti presentati in questo video sono stati già esaminati, ovviamente insieme a molti altri, dagli storici locali Tullio Omezzoli in Prefetti e fascismo nella provincia d’Aosta 1926 - 1945 e Alessandro Celi in I seicento giorni della diocesi di Aosta che ne hanno entrambi variamente sottolineato l’importanza. Il primo autore a scrivere di quei documenti è stato il piemontese Sergio Soave in Cultura e mito dell’autonomia. Precisando che io non sono uno storico, con questo video presento quelle carte, come un lettore, un curioso lettore, dei fatti riportati dai documenti.

Come in tutti i tempi avvenuto, i diversi poteri religiosi uniti a quelli politici hanno sempre determinato, nelle vicende umane, le vie da percorrere, anche la chiesa cattolica, custode delle tradizioni culturali, tra le quali la lingua parlata ha una funzione primaria, ha ricoperto in Valle d’Aosta un ruolo egemone, garantendo il perpetuarsi, tra i vari usi e costumi, quello dell’utilizzo sia del franco-provenzale sia del francese.

Una testimonianza indicativa di tale ruolo si ritrova, nel 1920, con l’avvento al seggio episcopale di Aosta del sacerdote Giuseppe Calabrese, nato a Saint-Jean-de-Maurienne da madre savoiarda e padre italiano. Di tale nomina l’Archivio centrale dello Stato di Roma conserva i documenti relativi al regio exequatur, cioè al parere del potere statale sulla nomina dei vescovi. Il procuratore generale del re presso il tribunale di Torino in risposta alla richiesta di informazioni da parte del ministro della giustizia e degli affari del culto scrisse che:

... il Canonico Calabrese Don Giuseppe, nominato Vescovo di Aosta … è persona di ottime qualità morali e di incensurabile condotta … la di lui nomina … venne favorevolmente accolta dalla popolazione di quella Diocesi, la quale ha particolarmente gradito tale nomina pel fatto che il Canonico Calabrese è perfettamente in possesso della lingua francese usata dai Valdostani1.

Questo documento prova che in Valle d’Aosta il diritto di parlare in francese, nonostante il nazionalismo italiano, nel 1920, era ancora regolarmente riconosciuto e non suscitava apprensioni o scandalo da parte dello Stato.

Era stato proprio per contrastare l’ostilità dei nazionalisti italiani che, nel novembre del 1909 in difesa del diritto ad esprimersi in francese, fu data vita alla Ligue valdôtaine, uno strumento per rivendicare, in ambito cattolico e italiano, la cultura regionalistica. Promotore e presidente dell’associazione fu il liberale Anselme Réan, padre del banchiere Laurent Réan. Tra gli intellettuali aderenti all’iniziativa si contarono diversi sacerdoti, tra cui Joconde Stevenin e Joseph Trèves.

Réan, Trèves e Stevenin furono persone che, come si vedrà, ricoprirono diversi e determinanti ruoli nella vicenda politico-linguistica della prima metà del Novecento in Valle d’Aosta.

Joconde Stevenin, sacerdote impegnato politicamente, che aveva ricoperto le funzioni di sindaco di Aosta durante la prima guerra mondiale, convinto della apertura verso le questioni sociali contenute nell’enciclica Rerum Novarum di papa Leone XIII, dopo un incontro avvenuto nel 1919 a Roma con Luigi Sturzo, anch’egli sacerdote e fondatore del partito popolare italiano, abbracciò l’iniziativa aprendo la Valle d’Aosta a quell’esperienza di impegno politico, cristiano sì, ma non clericale, che si schierava contro le diverse visioni del socialismo avviate verso un consenso sempre più ampio. All’impegno di Joconde Stevenin, che trasformò il giornale Le Pays d’Aoste in organo ufficiale del partito, si unirono molti valdostani tra cui Anselme Réan che divenne anche segretario della sezione aostana del partito.

Mentre in Italia in quegli stessi anni, come scrisse il giornale Il Pensiero Popolare, il fascismo avanzava …

prevalentemente come reazione antioperaia e anticontadina, espressione armata della reazione padronale.2

… con la marcia su Roma, grazie all’assenso della monarchia sabauda, nell’ottobre del 1922, il partito fascista raggiunse il potere portando Benito Mussolini al governo del paese. A quel punto tra i popolari cominciarono a emergere valutazioni diverse sul fascismo, valutazioni che portarono al distacco dal partito di coloro che furono poi denominati clerico-fascisti. In Valle d’Aosta a guidare i clerico-fascisti fu Anselme Réan che, vedendo nel fascismo l’unica salvaguardia per la pace sociale e la fede cattolica, uscì dal partito popolare. Alle elezioni del 6 aprile 1924 il partito di Mussolini si presentò agli italiani con la Lista nazionale che, come è noto, stravinse anche con l’apporto di clerico-fascisti, liberali, socialisti e comunisti3.

Joconde Stevenin non si piegò e lasciò la Ligue valdôtaine. Stevenin fu tra i pochi che seppero leggere nel fascismo nascente non soltanto una minaccia per il regionalismo e la lingua francese, ma un vero, grande pericolo per la democrazia.

Joseph Trèves, nonostante si rendesse pienamente conto del pericolo fascista, nel novembre 1924, dopo la vittoria elettorale di aprile, aveva ancora apposto la sua firma su una richiesta della Ligue valdôtaine da inviare al governo fascista4. Nell’anno seguente però, il 1925, Trèves si allontanò dalla Ligue per fondare con altri regionalisti antifascisti la Jeune Vallée d’Aoste, un’associazione votata alla difesa della lingua francese. Nello statuto della nuova associazione venne scritto che essa era apolitica. Questa apoliticità era da considerarsi nel senso che essa non parteggiava per alcun partito, ma era evidente che, quel Groupe d’action régionaliste posto tra parentesi nella prima pagina dello statuto, esprimeva una forte valenza politica che Joseph Tréves trasformava in tenace lotta sotterranea contro …

le lynchage et le coup de grâce qui nous menace à chaque instant de la part du nationalisme farouche et férocement anti-régionaliste qui nous régit5

Joseph Trèves condusse la sua battaglia fino al 1941, anno in cui morì lasciando l’azione clandestina in eredità ai suoi discepoli.

Stevenin invece, rimasto legato al partito popolare e minacciato più volte anche di condanna al confino, si ritirò dalla politica attiva. La polizia fascista ovviamente teneva sotto controllo sia Stevenin che Trèves, informando regolarmente il governo centrale di Roma.

Nel 1926 con l’emanazione delle leggi fascistissime il governo di Mussolini si trasformò in dittatura.

Nel 1929 i Patti lateranensi, dando nuovamente vita al potere temporale della chiesa cattolica e stabilendo il reciproco riconoscimento tra Stato italiano fascista e Stato della città del Vaticano, ribadirono che quella cattolica era la religione dello Stato. A quel punto Mussolini divenne per la stragrande maggioranza dei cattolici italiani, valdostani compresi, l’uomo della provvidenza.

Il 7 maggio 1932, nella mattinata, il vescovo Giuseppe Calabrese, dopo una breve malattia, morì. Accadde allora un fatto particolare che segnò significativamente almeno una parte della storia valdostana6. Un autore, finora rimasto anonimo, evidentemente spinto da una irrefrenabile pulsione, proprio lo stesso giorno della morte del vescovo, il 7 maggio 1932, spedì una lettera con destinazione Roma. Lo scritto diceva:

Per esperienza locale di più di 15 anni oso esprimere l’augurio che sia svolto tempestivamente il più vivo interessamento perché il Successore non sia tratto dai due Capitoli locali e sia quanto meno possibile incline all’Azione Cattolica. Ad Aosta c’è sommo bisogno (sotto l’aspetto religioso e patriottico) di un Vescovo ”spirituale” (di quelli che non credono al vantaggio di una politica confessionale), di un Vescovo di altra regione, di idee larghe e di molta cultura. Essenzialmente di un Vescovo che sappia dominare i 24 canonici ed i molti parroci che si occupano di troppe cose estranee al loro vero ufficio ed hanno molta influenza, tutt’altro che religiosa, in città e nelle campagne.7

L’autore dello scritto, oltre a mostrare un uso perfetto della lingua italiana, pari a quello di un insegnante, era bene informato sulle dinamiche della chiesa valdostana. In ogni caso, chiunque egli fosse, quando la lettera giunse a Roma, sul tavolo di Mussolini, si attivò l’ambasciatore fascista presso il Vaticano, che, come ben spiegato da Mario Casella in Il Fascismo e la Chiesa, fece in modo che la Santa Sede nominasse un vescovo rispondente alle caratteristiche suggerite dalla lettera. Il nome proposto dal Vaticano fu quello del sacerdote Francesco Imberti di cui l’ambasciatore fascista nel dare il suo nulla osta scrisse:

Mons. Francesco Imberti … appartiene a famiglia distinta, ed è fratello dell’On. Imberti, podestà di Cuneo … Mons. Imberti è uno dei pochi elementi del Clero torinese, che non si sia compromesso politicamente: egli ha cercato di rimanere estraneo alle competizioni politiche, anche nel periodo in cui il Clero era fortemente legato al Partito Popolare … E’ di carattere conciliante, di modi cortesi, di cultura non comune, e gode di grande estimazione in tutta la città. La notizia della sua nomina, già trapelata in provincia di Aosta, ha fatto negli ambienti fascisti della valle la migliore impressione.8

Il vescovo Imberti fece il suo ingresso nella diocesi aostana il 16 ottobre 1932 e subito iniziarono i problemi con il clero, o almeno con una sua parte. All’Archivio centrale dello Stato si trova un documento, un’altra lettera non firmata, scritta in fretta il 13 dicembre 1932 da Torino, da una persona molto bene informata sulla diocesi aostana, forse la stessa della precedente lettera anonima. La missiva era evidentemente indirizzata a Roma …

Faccio seguito alla mia raccomandata espresso di ieri, in tutta fretta le comunico una notizia … che forse avrà un certo significato sia per le persone che protestano, sia per quello che mandai a dire io da Aosta … Circa tre giorni fa, il Vescovo Imberti, ha inviato al suo superiore Arcivescovo Fossati di Torino un lungo rapporto sulla situazione politica ed ecclesiastica di Aosta, rapporto che deve essere trasmesso alla Santa Sede e che il Vescovo Imberti vorrebbe potesse giungere al Governo Italiano. In esso rapporto il Vescovo Imberti fra l’altro, racconta, con sommo dolore, come i parroci lo taccino di italianità lagnandosi che egli non adopera la lingua francese … Il Vescovo meravigliatissimo ed indignato, disse che egli avrebbe cercato di imparare il francese, ma pregava a sua volta i parroci d’imparare l’Italiano. 9

Quel desiderio espresso dal vescovo di portare il suo rapporto a conoscenza del Governo italiano fu soddisfatto e il 12 giugno 193310, sei mesi dopo la precedente lettera anonima, a Roma …

nel corso di una “memorabile udienza” concessagli da Mussolini, monsignor Francesco Imberti, vescovo di Aosta, è invitato dal “duce” ad agire presso il clero onde si serva dell’italiano nella sua azione pastorale. A tanto il vescovo risponde assicurando, ma chiedendo per perfezionare l’opera “ancora un po’ di tempo”.11

In campo nazionale, nel 1931, il governo fascista, volendo sottrarre all’Azione cattolica ogni influenza politica sull’educazione dei giovani, decise di sciogliere tutte le organizzazioni giovanili cattoliche non aderenti al partito nazionale fascista. Lo scontro tra chiesa e governo durò tutta l’estate fino a che in settembre non fu trovato un accordo il cui primo punto diceva:

L’Azione Cattolica Italiana è essenzialmente diocesana e dipende direttamente dai vescovi, i quali ne scelgono i dirigenti ecclesiastici e laici. Non potranno essere scelti a dirigenti coloro che appartennero a partiti avversi al Regime. Conformemente ai suoi fini di ordine religioso e soprannaturale, l’Azione Cattolica non si occupa affatto di politica …12

La contraddizione è evidente. L’Azione Cattolica non si deve occupare di politica, ma i suoi dirigenti possono benissimo essere iscritti al partito fascista, come se quel partito non fosse una entità politica.

Il vescovo Imberti evidentemente, ad un certo punto, volle andare oltre. In una relazione del questore di Aosta al capo della polizia di Roma del 15 settembre 1938 è scritto che:

L’Azione Cattolica si muove nel campo strettamente religioso; nessun contrasto con gli organi della GIL per quanto ha attinenza alla educazione fisica e politica dei giovani.

Significativo a tal riguardo il recente provvedimento del Vescovo, di radiare dal Consiglio Direttivo dell’“A.C.”, due componenti, Ambrogi e Cordone, perché sforniti della tessera del Partito.13

Sempre il questore di Aosta, in un’altra relazione al capo della polizia di Roma il 1° gennaio 1940 scrisse che:

L’Autorità Ecclesiastica mantiene rapporti inalterati e corretti con le Gerarchie locali e con l’Autorità Politica. Il basso clero, specie quello rurale, continua a conservare spiccate tendenze francofile, ma si astiene da qualsiasi propaganda. E’ accertato che S. E. il Vescovo di Aosta segue con occhio vigile il clero, svolgendo opera atta a distogliere i sacerdoti dall’agire nei confronti della popolazione in difformità delle direttive del Regime.14

Sul già citato volume di Mario Casella è riportato che, nel settembre 1940 la prefettura di Aosta denunciava che in alcune parrocchie della Valle ancora si predicava in francese. In risposta l’ambasciatore della Santa Sede in Italia, il nunzio Francesco Borgoncini Duca, scrisse:

Va notato in proposito che Monsignor Imberti, negli 8 anni passati ad Aosta, si è molto adoperato per introdurre … l’uso della lingua italiana in luogo di quella francese nell’esercizio del ministero pastorale, e con risultati non indifferenti … Per quanto riguarda la predicazione, mentre otto anni or sono si predicava in italiano solo in due delle 86 parrocchie della diocesi di Aosta, ora questo si verifica nella grande maggioranza delle parrocchie … Restano, sì, ancora da 30 a 35 parroci di lingua francese … essi sono però tutti anziani e 25 superano i 70 anni …15

L’improvvisa e inaspettata caduta del fascismo il 25 luglio 1943, costrinse la gerarchia ecclesiastica valdostana, allo stesso modo di quella del resto d’Italia, a riposizionarsi in qualche modo. Tale riposizionamento emerge anche dal lavoro sul clero del sacerdote Alberto Careggio che, scrivendo del vescovo Imberti, tra altre cose dice:

 

Si au commencement de son ministère épiscopal il était favorable à une certaine politique du gouvernement central … à partir de Noël 1943, il prit position nette contre le Fascisme, lorsqu’il osa dire au fédéral de la province d’Aoste, M. Carnazzi:” Non si dovrebbe parlare né di repubblica né di monarchia, ma solo d’Italia … Il torto vostro è quello di aver voluto risuscitare il fascismo che era ben morto.16

 

La relazione del 15 gennaio 1945 del generale Edoardo Facdouelle per il comandante delle brigate nere apre uno squarcio e mostra come, in quei momenti di incertezza sull’avvenire, la chiesa valdostana e la sua dirigenza, si dibattessero alla ricerca di una via di uscita.

 

Alcuni parroci sono ricorsi alla tutela delle forze fasciste per la salvaguardia dell’ordine ed anche il Vescovo di Aosta, in un concilio di parroci, ha ordinato di combattere sia dal pulpito che in privato il movimento autonomista della Val d’Aosta, ravvisando in esso il recondito scopo di annettere il territorio alla Francia o alla Svizzera.17

 

In questa volontà di ostacolare il movimento autonomista, il lasciar correre la versione del suicidio di Emile Chanoux in luogo dell’omicidio, come suggerisce Sergio Soave18, poteva prevenire il formarsi di un mito dalla incontenibile forza espansiva, che sarebbe andato a tutto vantaggio dell’autonomismo. L’azione dell’episcopato valdostano, continua Sergio Soave, nel corso della guerra partigiana, favorì le bande che si riconoscevano nel cattolicesimo per prevenire la prevalenza di quelle di sinistra e di quelle tendenti all’autonomismo. Le difficoltà di quei momenti sono evidenti in ciò che scrisse proprio il vescovo Imberti il 3 agosto 1944 sul bollettino diocesano ai suoi confratelli …

 

In questi ultimi giorni si sono intensificate le accuse contro il Clero quasichè favorisse determinati movimenti politici. Chi serenamente vede e imparzialmente giudica sa che non è vero.19

 

In realtà sei mesi prima aveva messo in guardia gli stessi confratelli contro il pericolo delle sinistre, dei comunisti in particolare20.

 

Terminata la guerra, il canonico Stevenin ritornò in campo. Suo è un primo progetto di statuto che servì anche da base all’attuale autonomia valdostana. Nelle Notes sur ma vie Stevenin ha lasciato questo ritratto del vescovo…

Mgr. Imberti a fait plus d’un discours fasciste et ne cachait pas ses opinions … quelques fois je me suis permis des revanches, par ex. en lui reprochant un jour d’avoir donné sa chaîne d’or pour la guerre d’Afrique … je dois cependant avouer que Mgr. Imberti n’est pas rancuneux, qu’il sait oublier et que la dernière année il a rendu d’importants services, grâce à ses relations avec le gouverneur allemand Weber dont la mère était turinaise.

 

Queste parole sono il riconoscimento dell’impegno di Imberti, alla fine del conflitto, per risparmiare alla Valle inutili stragi tra i perdenti nazifascisti e la vittoriosa resistenza. Stevenin continua poi dicendo che il trasferimento del vescovo a Vercelli…

a eu pour cause son fascisme, ce fascisme dont notre Vallée a eu beaucoup à souffrir.21

 

Condividendo la serenità che, a mio avviso, emana dallo scritto di don Stevenin non penso che, a ottanta anni di distanza da quegli eventi, sia utile emettere sentenze di colpevolezza o di innocenza. D’altronde monsignor Francesco Imberti aveva, come tutti gli altri cittadini italiani, il diritto di aderire al Fascismo. L’importante oggi, mi sembra, sia soltanto cercare di capire.

 

Oggi in Valle d’Aosta, il francese, nell’uso quotidiano, ha perso il ruolo che aveva nel passato come lingua di cultura che affiancava e affianca tuttora il patois, proprio come nel resto d’Italia dove tutto il popolo parlava e ancora parla i più svariati dialetti, affiancati all’italiano come lingua di cultura. L’arrivo in valle, nel Novecento, di un gran numero di persone parlanti dialetti italiani ha contribuito fortemente all’indebolimento della lingua francese nell’uso quotidiano, ma si può ritenere che il suo abbandono progressivo - se ne appena sono viste le diverse manovre per giungere a tale risultato - ebbe come significativa concausa l’avvento del nazionalismo fascista favorito dalle classi abbienti locali e la parallela azione della dirigenza ecclesiastica imbertiana mirata alla italianizzazione del territorio valdostano.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

1 Archivio centrale dello Stato, Roma. M.I., DGAC, Serie Vescovi, b. 59.

2 Gariglio B., Cattolici democratici e clerico-fascisti, ed. Il Mulino, Bologna, 1976, pag.76, nota n° 33.

3 Risultato delle elezioni politiche: Lista Nazionale 64,9%, Partito Popolare Italiano 9,0%, Partito Socialista Unitario 5,9%, Partito Comunista d’Italia 3,74%.

4 Momigliano Levi P., Profilo biografico di Joseph-Marie Trèves, in L’Abbé Joseph-Marie Trèves-aspects de sa vie et de son oeuvre, Anthologie d’écrits édités et inédits, Institut historique de la Résistance en Vallée d’Aoste, Imprimerie valdôtaine, Aoste, 1993, pag. 17. Vedi anche Bulletin de la Ligue Valdôtaine, 27 dicembre 1924, pag. 4.

5 Perrin J. C., La Jeune Vallée d’Aoste, Imprimerie valdôtaine, Aoste, 1973, pag. 46.

6 Soave S., Cultura e mito dell’Autonomia - la Chiesa in Valle d’Aosta 1900-1948, Franco Angeli Editore, Milano, 1979, nella nota 59 di pag. 89 presenta i documenti riguardanti questo momento storico.

7 Archivio centrale dello Stato, Roma. M.I., DGAC, Serie Vescovi, b. 59. Secondo Tullio Omezzoli (in Prefetti e fascismo nella provincia d’Aosta 1926 - 1945, Le Château, 1999, pag. 157) l’autore di questa lettera potrebbe essere il federale fascista Giovanni Belelli. Il documento che si trova all’Archivio centrale dello Stato di Roma è una copia a cui manca la parte iniziale del testo. Il testo completo è riportato da Mario Casella in Il fascismo e la chiesa - cardinali e vescovi visti dal regime, (1929-1943), ed. Laveglia&Carlone, 2011 pag. 243.

8 L’intera lettera dell’ambasciatore De Vecchi è riportata da Mario Casella in Il fascismo e la chiesa-cardinali e vescovi visti dal regime, (1929-1943), ed. Laveglia&Carlone, 2011 pagg. 242-243.

9 Archivio centrale dello Stato, Roma. M.I., DGAC, Serie Vescovi, b. 59. Secondo Tullio Omezzoli (nella già citata opera di nota 7, pag.158 ) l’autore di questo scritto, bizzarro informatore, è di difficile individuazione.

10Archivio centrale dello Stato, Roma. SPD, CO, b 3111. In una lettera del 15 maggio 1940 (in I seicento giorni della diocesi di Aosta, Celi A., Le Château, 2008, pag. 57) il vescovo Imberti dice di essere stato ricevuto in udienza da Mussolini nel maggio 1933. In realtà dal documento e da due giornali locali (La Revue diocésaine, 21 giugno 1933. La Provincia di Aosta, 29 giugno 1933) risulta che l’udienza è avvenuta il 12 giugno 1933.

11 Dal sito www.storiaeregione.eu.it Valle d’Aosta e fascismo: dalla incompatibilità costituzionale all’armonia prestabilita di Tullio Omezzoli.

12 La Stampa, giovedì 3 settembre 1931.

13 Archivio centrale dello Stato, Roma. M.I., DGPS, AGR, 1941, b 48. Soave S., opera citata, pag. 37.

14 Archivio centrale dello Stato, Roma. M.I., DGPS, AGR, 1941, b 48. Non solo il vescovo Imberti era allineato con le direttive del regime fascista, ma anche altri appartenenti al clero avevano un rapporto che si può definire organico con le autorità fasciste locali. Nel 1928, un ispettore scolastico inviò una comunicazione alla prefettura di Aosta contro l’attività che Joseph Trèves svolgeva a favore della lingua francese scrivendo tra l’altro che …

Per notizie in merito prego l’E. V. rivolgersi al Rev. Prof. Don Gaò [sic] il quale, in via riservata, potrebbe aggiungere anche altro. (in Profilo biografico di Joseph-Marie Trèves, in L’Abbé Joseph-Marie Trèves - aspects de sa vie et de son oeuvre, Répertoire iconographique, Momigliano Levi P., Institut historique de la Résistance en Vallée d’Aoste, Imprimerie valdôtaine, Aoste, 1993, pag. 79).

Charles Gaod è la stessa persona che, allora parroco della cattedrale, nell’estate del 1943 comunicò al maggiore Dalmonte, capo del servizio informazioni del IV Reggimento Alpini, i nomi, non certo per far loro un favore, di Emile Chanoux, Lino Binel, Severino Caveri come fautori dell’autonomia e forse dell’indipendenza della Valle d’Aosta. (in Souvenirs et révélations, Caveri S., Imprimerie Plancher, Bonneville, France, 1968, pagg. 63-64.)

15 Archivio centrale dello Stato, Roma. M.I., DGAC, Serie Vescovi, b. 59.

16 Careggio A. M., Le clergé valdôtain de 1900 à 1984, Imp. Valdôtaine, Aoste, 1985, pag. 118.

17 Soave S., opera citata, pagg. 67-68.

18 Soave S., opera citata, pagg. 57-58.

19 Bollettino diocesano, febbraio e agosto 1944, pag. 52.

20 Bollettino diocesano, febbraio e agosto 1944, pag. 21.

21 Soave S., opera citata, pag. 140.