TESTO


 

Chi ha tradito Emile Chanoux?

Patrizio Vichi

 

L’ipotesi che la morte di Emile Chanoux sia dovuta non a suicidio, ma ad omicidio al contrario di ciò che è scritto sui documenti fascisti, si è decisamente rafforzata con la constatazione e l’analisi dei vari tentativi di sminuire e manipolare importanti testimonianze dell’epoca, prese in esame nello studio “Inseguendo altre verità. Emilio Chanoux e Giovanni Bassanesi1. Ciò che finora è rimasto totalmente nell’ombra, costituendo uno dei nodi irrisolti della storia contemporanea della Valle d’Aosta è l’individuazione della persona o del gruppo di persone che causarono, il 18 maggio 1944, la cattura di Emile Chanoux, capo del Comité de libération d’Aoste, e di Lino Binel, anch’egli impegnato nella lotta antifascista.

Le diverse ipotesi su chi diede l’avvio a quegli arresti sono state finora dette a mezza voce, sussurrate, lasciate intendere.

L’ipotesi più recente è quella che traspare da una lettera di Alessandro Celi pubblicata sul quotidiano La Stampa il 15 dicembre 2015. Dopo aver ricordato che Lino Binel … l’ingegnere comunista che condivide con Chanoux l’arresto e la detenzione … subisce un trattamento ben diverso da quello del notaio: non è pestato a sangue …e … benché reo confesso di attività in favore dei partigiani, evita il campo di concentramento e viene internato in un campo di lavoro … Celi si domanda: perché tanta disparità di trattamento tra Chanoux e Binel? Inoltre, continua Celi, non è possibile che qualcuno preferisse uno Chanoux morto … perché leader scomodo in vista della liberazione prevista per l’estate del 1944? Dal momento che Chanoux era decisamente un anticomunista2, sotto queste domande si può intravvedere la possibile attribuzione ai partigiani comunisti della responsabilità della fine del notaio3.

Un’altra voce si levò invece subito dopo la morte di Chanoux, voce che accusava i partigiani di Giustizia e Libertà. Paolo Momigliano Levi in un suo studio4 scrive infatti … Silvio fu accusato di un diretto coinvolgimento nella tragica vicenda di Chanoux e Binel dal giudice Renato Corrado, che fungeva da tramite fra il CLN di Aosta e quello di Torino … le illazioni e le accuse erano talmente gravi … che i responsabili … le smentirono … e sollecitarono il CLN del Piemonte perché con l’autorità che gli è propria, richieda a Corrado una esplicita smentita5 .

Roberto Nicco in “La Resistenza in Valle d’Aosta6 nella nota numero 72 di pagina 105 riporta opere francesi e valdostane in cui i partigiani italiani vengono indicati genericamente come mandanti dell’arresto e della morte di Chanoux.

Una ipotesi del tutto diversa è indicata nelle righe successive della stessa nota. Noël Machet, un valdostano emigrato in Francia che fu a lungo in contatto con Chanoux e che collaborava con i servizi francesi disse … J’ai entendu dire à maintes reprises … qu’il a été vendu par des valdôtains qui voulaient prendre sa place. Nicco continua poi dicendo … In una occasione, Machet lasciò anche intendere a chi si riferisse e dichiarò che avrebbe indicato esplicitamente un nome e gli elementi di prova in una lettera da aprirsi dopo la sua morte. Noël Machet è morto, ma della lettera non si sa nulla, se è stata scritta, se è stata trovata, se è stata distrutta.

Altre voci, propagate da avversari politici, sembrerebbero suggerire Severino Caveri come causa dell’arresto. In realtà Severino Caveri, al momento della cattura di Chanoux e Binel, si trovava in Svizzera da circa otto mesi.

Le ipotesi appena viste si basano solo su convinzioni personali e sul sentito dire. Rileggendo però le varie fonti alcuni dati certi si trovano. Sono dati documentati che indicano la provenienza di delazioni messe in atto, dopo il 25 luglio 1943, giorno della caduta del fascismo, contro esponenti del pensiero autonomista.

Roberto Nicco, nella sua già vista opera, indica l’autunno 1943 come periodo in cui si costituì un primo comitato resistenziale7. Anche Marie-Rose Colliard, in “Un jeune prêtre au coeur valdôtain8, concorda con tale dato ritenendo che il canonico di S. Orso Joseph Bréan, situando subito dopo il 25 luglio 1943 la prima riunione di un Comité de Libération a cui egli stesso aveva partecipato, abbia in qualche modo, anticipato, non si sa perché, la data di tale incontro. L’autrice però, più avanti nel testo, avanza anche l’ipotesi, considerandola più probabile, che don Bréan nel suo scritto, utilizzando forse impropriamente in quel momento la denominazione Comité de Libération, si riferisse ad una riunione effettivamente tenuta nei giorni subito seguenti il 25 luglio. Don Bréan, di quella riunione elencò anche i diversi componenti che erano: Emile Chanoux, chef du Comité, Lino Binel, Ernest Page, Flavien Arbaney, Amédée Berthod, Emile Lexert, les frères Caveri, Louis Berton, le chanoine J. M. Lévêque e Bréan stesso 9.

E’ probabile che quella ricordata da don Bréan non sia stata l’unica riunione di quel periodo. In effetti di una assemblea di antifascisti parlò anche Severino Caveri. In “Souvenirs et révélations10, pubblicato nel 1968, Caveri riportava che … Vers le mois d’août 1943, nous fîmes une réunion d’antifascistes. Lino Binel avait pourvu aux convocations. La réunion fut une vraie salade. Toutes les tendances possibles et imaginables étaient représentées. In quell’assemblea gli antifascisti decisero di tenere una manifestazione sulla piazza della città. La sera stabilita però trovarono la piazza piena di carabinieri, militari e fascisti, per cui tutto fu sospeso. Tutte quelle truppe erano state allertate dal questore messo sull’avviso da qualche delatore presente alla riunione. Infatti Caveri nel suo testo, a proposito di quell’incontro, precisò che … En tous cas, dans notre petite assemblée de conspirateurs “in erba“ il y avait trois informateurs de la police, qui ne se connaissaient pas entre eux. Quest’ultima frase è particolarmente importante, infatti poche righe più sopra l’autore aveva scritto che in un giorno dell’estate 1943, giorno che non sapeva precisare, un canonico della cattedrale, indicato con le iniziali C. G., aveva comunicato al maggiore Dalmonte, capo del servizio informazioni del IV Reggimento Alpini, che ad … Aoste il y avait une société clandestine, dirigée par Chanoux, Lino Binel et Caveri, qui prônait l’autonomie et peut-être l’indépendance valdôtaine. Quella société clandestine, diretta dai tre nominati aveva certamente preso parte a quelle iniziali assemblee di antifascisti che, come si è visto prima, Joseph Bréan11 indicò con il nome, forse in quel momento per lui augurale, di Comité de Libération.

Sempre Caveri aggiunse poi che il maggiore Dalmonte, in seguito alla delazione, aveva suggerito ai suoi superiori di arrestare i tre denunciati. Cosa che, oggi si sa, non avvenne.

Diversi studiosi12 hanno ripreso le parole di Caveri aggiungendovi altri dati. Il primo dato è che il canonico, indicato con le iniziali C. G., era Charles Gaod, parroco della cattedrale dal 1934 al 1949. Ciò non deve stupire poiché è acclarato che, in quegli anni, la cerchia ecclesiastica della cattedrale guidata dal vescovo Francesco Imberti era ”italianisante à outrance13, cioè filofascista. Un’altra informazione fornita da Tullio Omezzoli in “Dall’archivio di Jean-Joconde Stevenin” è che anche il nome di tale canonico di S. Orso era stato associato da don Gaod nella sua delazione. Don Stevenin il 10 settembre scrisse infatti una lettera a don Gaod diffidandolo dal continuare con le calunnie. Quella data, 10 settembre 1943, costituisce un terzo importante dato perché lascia supporre che, il giorno estivo della delazione non ricordato da Caveri, è situabile nei giorni certo di poco precedenti il cruciale 8 settembre 1943, e quindi dopo la riunione antifascista di agosto.

Certamente la spia che aveva informato don Gaod su Chanoux, Binel e Caveri era bene informata, informata come poteva essere una persona che aveva partecipato a quelle prime assemblee estive.

Anche se Severino Caveri, dopo l’8 settembre 1943, decise di lasciare la Valle d’Aosta per andare in Svizzera, molto probabilmente, all’epoca, Chanoux, Binel e Caveri stesso, non erano a conoscenza di quella delazione la cui esistenza dovette restare nell’ambito strettamente ecclesiastico, cioè tra don Stevenin, don Gaod e, forse, altri loro confratelli.

Emile Chanoux restò ad Aosta come anche Lino Binel. Entrambi, senza saperlo, erano ovviamente sorvegliati dalla polizia messa sulle loro tracce, forse non solo, ma certamente anche dalla delazione di don Gaod. Infatti, nonostante le informazioni, le autorità fasciste decisero di non arrestare i denunciati nella speranza di giungere a più importanti risultati lasciando loro la libertà di muoversi, tenendoli comunque sotto controllo. La conferma dell’uso di tale pratica viene proprio da un documento fascista: la relazione14 che Bruno Stefanini, insediatosi il 22 maggio 1944 nella veste di nuovo prefetto di Aosta, inviò al Ministero dell’interno il 28 maggio 1944, dieci giorni dopo la morte di Chanoux. Nel documento il funzionario scrisse che l’attività di Chanoux e di Binel era nota alla questura per via di diligenti indagini e di notizie confidenziali15. Tra quelle notizie confidenziali certo c’era anche la delazione di don Gaod. Inoltre nella relazione, il prefetto a proposito della cattura di Chanoux e Binel, aveva aggiunto … Alcune circostanze impreviste, consigliarono ai funzionari della questura di affrettare il loro intervento che, se potuto ritardare, avrebbe, con tutta probabilità dato ben più fruttuosi risultati …

Roberto Gremmo in “Alle spalle di Chanoux16 riporta integralmente la deposizione del commissario Giuseppe Palamà che, arrestato il 28 aprile 1945 in quanto ex funzionario della ormai sconfitta Repubblica sociale italiana, interrogato nel carcere del castello Duca degli Abruzzi, a proposito dell’arresto di Chanoux e Binel, disse … Nella mattinata del 18 maggio 1944 il questore Mancinelli, presente il tenente Bianchi, m’informava che quest’ultimo era riuscito a scoprire delle responsabilità a carico del notaio Chanoux Emilio e dell’ingegnere Lino Binel e che era necessario procedere subito all’arresto. Dietro quella necessità di procedere subito all’arresto si scorgono quelle circostanze impreviste di cui il prefetto Stefanini scrisse al ministero.

In Valle d’Aosta i primi mesi del 1944 videro un notevole aumento dell’attività partigiana con uccisioni di militari, attacchi ai posti di blocco, attentati contro impianti e fabbriche, azioni alle quali i nazifascisti replicavano con rappresaglie e fucilazioni. Tale situazione rendeva fortemente precario il permanere ad Aosta degli organizzatori della resistenza, primo fra tutti Emile Chanoux.

Mentre Chanoux e Binel nei giorni immediatamente precedenti all’arresto avevano avuto anche degli incontri con agenti della organizzazione alleata “Glass e Cross”17, nelle interviste realizzate da Maria Pia Simonetti e pubblicate in “La politica tra passione e mestiere18, il partigiano Cyprien Roveyaz raccontò che martedì 16 maggio verso le ore 18,30, uscito dalla Cogne dove lavorava, ai piedi della passerella che scavalcava la ferrovia, vide il commissario Camillo Renzi, collaboratore dei partigiani, il quale gli fece cenno di volergli parlare. Nel buffet della stazione il commissario disse a Roveyaz di avvisare Chanoux che la questura molto presto lo avrebbe arrestato e che quindi doveva lasciare la città. Roveyaz andò subito a casa di Chanoux, ma non lo trovò.

Nel pomeriggio di mercoledì 17 maggio Chanoux e Binel si incontrarono con l’avvocato Ernest Page, importante esponente cattolico del Comité de Libération d’Aoste, nello studio di quest’ultimo19. I tre, valutato il pericolo che correvano rimanendo in città, decisero di lasciare Aosta. Chanoux comunicò che sarebbe partito sabato 20 e avrebbe raggiunto i gruppi partigiani di Champorcher. Binel invece dichiarò che il 19 sarebbe andato a Champdepraz. Page, nella memoria in cui ricordò quell’incontro, non scrisse nulla su ciò che avrebbe fatto lui, ma concluse … sur ces assurances et décisions nous nous quittons20.

Sempre quel mercoledì 17, nella serata, Roveyaz si recò di nuovo a casa di Chanoux21 e trovatolo cercò di convincerlo a lasciare subito Aosta dicendogli che aveva saputo del pericolo di arresto da fonte sicura, dal commissario Renzi.

Il commissario Renzi era venuto evidentemente a conoscenza di ciò che poi il prefetto Stefanini scrisse nella sua relazione e cioè Si poté accertare che il 16 corrente [stesso giorno in cui il commissario Renzi avvisò Roveyaz], un elemento [identificato poi con il giovane Cesare Gandelli22] appartenente alla banda armata dislocata sulle montagne di Campolaris [Champorcher], recapitava al notaio Chanoux una lettera

Roveyaz e Chanoux quella sera parlarono anche di chi, nel caso appunto di un arresto del notaio, avrebbe potuto sostituirlo a capo del movimento resistenziale autonomista. Furono prese in esame diverse persone e quando Roveyaz pronunciò un certo nome, il notaio reagì escludendo decisamente quella persona da una eventuale successione23.

A questo punto salta agli occhi un particolare significativo, e cioè che il commissario Renzi, quel 16 maggio, rivelò a Roveyaz che era Chanoux a rischiare l’arresto e che avrebbe dovuto lasciare la città, di Binel il commissario non disse nulla! 24 L’ingegnere era stato in carcere dal 10 novembre al 24 dicembre 1943 per aver risposto con una lettera ad un articolo del giornale fascista “Il Popolo di Aosta”. Uscito dal carcere, aveva ripreso una clandestina attività di resistenza, ma non sembra che fino al 18 maggio il suo arresto rientrasse nei disegni immediati dei nazifascisti. Inoltre occorre precisare che Stefanini non disse il vero quando affermò nella sua relazione che … Il giorno 17, lo stesso individuo [cioè Cesare Gandelli] recapitava all’Ing. Binel altra lettera … In realtà Gandelli, nel processo svoltosi contro di lui ad Aosta nel giugno 1945, parlò di una lettera consegnata solo a Chanoux. Su Binel non disse nulla, tantomeno di avergli recapitato un messaggio25. Oltre a ciò l’ingegnere, raccontando26 ciò che avvenne il 18 maggio in questura, scrisse … vidi attraverso una porta semiaperta, Chanoux seduto su una sedia, ammanettato, alla sua destra, quasi di fronte, un giovane pure con le manette ai polsi che mi parve un partigiano … Se quel giovane, che era appunto Cesare Gandelli, il giorno prima, il 17 maggio, avesse davvero consegnato una lettera a Binel egli lo avrebbe certo riconosciuto. Inoltre all’ingegnere non venne mai contestata la ricezione di alcuna lettera e non fu mai messo a confronto, al contrario di Chanoux, con Gandelli. Infine anche l’ispettore generale Paolo Vercelli, nella relazione del 1 giugno 1944,27 disse che a carico di Binel si stavano raccogliendo elementi per meglio comprovare la sua attività partigiana. Segno evidente che al momento dell’arresto quegli elementi non c’erano.

Per completare la cronologia degli eventi che condussero agli arresti si deve ricordare che il mattino di giovedì 18 maggio, festività dell’Ascensione, prima dell’arresto, Chanoux ricevette, a casa sua, altre due visite. Una fu quella del partigiano Guarini28 a cui consegnò dei buoni di prelevamento e l’altra quella dell’avvocato Page che informò il notaio delle richieste di un gruppo di partigiani29.

Ritornando alla relazione di Stefanini e riflettendo su quelle circostanze impreviste espressamente indicate dal prefetto come motivo urgente per procedere agli arresti, si deduce che esse non potevano essere attribuite a banali difficoltà nella routine della questura. D’altra parte però, non potevano neanche essere ricondotte alle informazioni di Cesare Gandelli, perché altre volte, altre persone, avevano fornito simili notizie alla questura fascista. Chanoux, infatti, era già stato indicato da qualcuno come finanziatore della banda partigiana di Fénis30 e la questura, in quel caso, non si era mossa. Sicuramente imprevista era invece la decisione di Binel e di Chanoux di lasciare Aosta per darsi alla macchia, uno il giorno 19 e l’altro il 20 di quel mese. Evidentemente, saputa la cosa, per la polizia fascista arrestarli il giorno 18 divenne una indifferibile necessità. L’inattendibile affermazione di Stefanini sul fatto che Gandelli avesse consegnato una lettera a Binel, probabilmente servì per giustificare l’arresto dell’ingegnere, evitando in tal modo di svelare chi aveva effettivamente comunicato le date in cui Chanoux e Binel avevano deciso di darsi alla macchia.

E’ quindi molto probabile che Binel sia stato arrestato nello stesso giorno di Chanoux solo perché, avendo deciso di lasciare Aosta il 19 maggio,

 

qualcuno che ne era venuto a conoscenza, lo aveva comunicato alla questura31.

Ora, se le cose sono andate così, è inevitabile chiedersi da dove arrivò alla questura l’informazione che Binel e Chanoux avrebbero lasciato la città in quelle date.

Fino a questo punto si è visto che esistono documenti che svelano l’ambiente di provenienza di almeno una parte delle delazioni. Altrettanto non si può dire ovviamente per ciò che riguarda il perché del tradimento. E’ necessario quindi ricorrere a delle congetture con tutte le precauzioni che ciò comporta. Certamente il pensiero e l’azione che il cattolico Emile Chanoux cercava di mettere in atto erano talmente malvisti da una parte dell’influente clero valdostano, in particolar modo da quello facente capo alla cattedrale, che proprio da lì partì la prima delazione di cui esiste prova. Sicuramente l’infida informazione finale che portò alla cattura non aveva il fine premeditato di condurre alla morte del notaio, ma aveva lo scopo di metterlo fuori gioco, di lasciare libero il campo da certe intralcianti aspettative autonomistiche in vista della fine della guerra che, a metà 1944, si pensava ormai imminente e che avrebbe consentito la normale ripresa della vita sociale e degli affari. Paolo di Martino, nel suo libro “Lassù i rumori del mondo non arrivano32, riferendosi ad una intervista rilasciata dalla moglie di Emile Chanoux, racconta di un facoltoso imprenditore il cui nome si ritrova in tutti gli appalti e in tutte le opere più importanti che vengono effettuate in quel periodo e negli anni dell’immediato dopoguerra. Quell’imprenditore, riparato in Svizzera dopo l’8 settembre 1943 e che l’autore soprannomina Aristofanes (sic), alla notizia della morte di Chanoux, avrebbe brindato a champagne. Certamente questo episodio, come sottolinea anche di Martino, non può consentire di attribuire la responsabilità dell’arresto di Chanoux a quella persona, ma è un chiaro indice della forte avversione nutrita verso il notaio aostano da quelli che oggi si definiscono poteri forti le cui aspettative, all’epoca, coincidevano politicamente, come si è visto, con alcune alte sfere ecclesiastiche valdostane.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

1 Vichi P., “Inseguendo altre verità. Emilio Chanoux e Giovanni Bassanesi”, 2015.

2 Fondo Gilardino, Istituto storico della Resistenza e della Società contemporanea in Valle d’Aosta, “Relazione sull’attività del CLN”.

3 Altre persone, prima di Alessandro Celi, hanno affermato, senza ombra di dubbio, che Chanoux fu catturato a causa di una soffiata dei comunisti. Vedi : http://www.ruralpini.it/Inforegioni04.07.12-Dellai-autonomismo-alpino.htm

4 Momigliano Levi P., “Raffaele Jona (Silvio) nella Resistenza”. Vedi: http://www.resvallee.it/teca/quaderni_3.pdf

5 Anche riguardo a questa ipotesi, cioè che Chanoux sia stato venduto dal CLNAI, esistono testi che accreditano, tout court, tale ipotesi. Vedi: http://www.storiainsoffitta.it/ALFABETICO/V/Volontari%20Francia%20Libera%20-%20Decorazione%20Francia/

6 Nicco R., “La Resistenza in Valle d’Aosta”, Musumeci Editore, Aosta, 1995.

7 Nicco R., opera citata, pag. 18.

8 Colliard M. R., “Un jeune prêtre au coeur valdôtain”, Région autonome Vallée d’Aoste - Assessorat de l’éducation et de la culture, Tipografia Testolin Sarre (Ao) 2011, pag. 221.

9 Una persona che avrebbe potuto dire molto su quel primo incontro è Lino Binel, presente in tutte le testimonianze che citano quella prima assemblea. Però nella sua “Cronaca di un valdostano” - Istituto storico della Resistenza e della società contemporanea in Valle d’Aosta, 2002 - Binel non accenna minimamente ad un incontro estivo e parla, a pagina 25, di una riunione avvenuta indicativamente dopo l’8 settembre in casa di Emile Lexert in via Croix de Ville. L’autore parlando di quell’incontro non nomina né Chanoux né Caveri tra i partecipanti. Addirittura poi a pagina 30 dice che, sempre dopo l’8 settembre, incontrò per caso Chanoux in via Lostan e gli domandò, forse come battuta di spirito, come mai non era andato anche lui in Svizzera come avevano fatto tanti altri tra cui, continua Binel, Severino Caveri. E’ probabile che l’incontro in casa di Lexert fosse riservato solo alla parte politica comunista della Resistenza e non va confusa con quella, si potrebbe dire plenaria, di agosto. E’ probabile che il silenzio di Binel, anche a distanza di anni, su quella prima assemblea estiva sia dovuto a motivi di opportunità politica. Obiettivamente non è credibile che Lino Binel non fosse a conoscenza delle diverse posizioni e delle prime mosse degli antifascisti valdostani dopo il 25 luglio 1943. Infatti Carlo Passerin d’Entrèves in “La tempëta dessu noutre montagne” a pagina 13, scrisse che, ritornato ad Aosta, il 31 luglio 1943 andò subito a trovare Chanoux, poi si recò in comune nell’ufficio di Binel ed infine cercò di contattare don Bréan, ma non lo trovò.

10 Caveri S., “Souvenirs et révélations”, Imprimerie Plancher, Bonneville (France), 1968, pag. 63/64.

11 Colliard M. R., opera citata, pag. 221.

12 Alessandro Celi, “I seicento giorni della diocesi di Aosta”, Le Château Edizioni, Aosta, 2008; Marie-Rose Colliard, vedi nota 8; Andrea Désandré, “Sotto il segno del leone”, Musumeci editore, Quart, 2015.

13 Colliard M. R., opera citata, pag. 203.

14 Archivio centrale dello Stato, Ministero dell’interno-Divisione generale pubblica sicurezza-Divisione affari generali e riservati. Rsi 1943-1945, busta 9.

15 Nella relazione del prefetto Stefanini è scritto che: “Da alcuni giorni la Questura, in seguito a diligenti indagini ed a notizie confidenziali, era venuta a conoscenza di una certa attività sospetta che ...”, in realtà la questura di Aosta sapeva almeno dall’estate del 1943, per via della delazione di don Gaod, che Chanoux e Binel erano attivi nella Resistenza e non solo da alcuni giorni. Stefanini vuol far fare una bella figura ai funzionari della questura esaltando la prontezza di intervento.

16 Gremmo R., “Alle spalle di Chanoux”, Storia ribelle, Biella, 2010, pag. 123.

17 Consolo E., “La glass e cross attraverso le Alpi”, Editrice Teca, Torino, 1965, pag. 213. L’autore erroneamente dice che la cattura di Chanoux e Binel è avvenuta mercoledì mentre è avvenuta giovedì.

18 Simonetti M. P., “La politica tra passione e mestiere”, Istituto storico della Resistenza e della società contemporanea in Valle d’Aosta, Le Château Edizioni, Aosta, 2007.

19  Fond Page, Archivio storico regionale, volume 1a, documento 90.

20 Lino Binel, nella sua “Cronaca di un valdostano”, non ricorda neanche questo particolare così preciso dell’incontro nello studio di Page e la sua decisione di lasciare Aosta per Champdepraz il 19 maggio 1943.

21 Simonetti M. P., opera citata. Il racconto che Roveyaz fa dei giorni 16, 17 e 18 maggio 1944 è in diversi punti difforme dalla memoria di Page di cui alla nota 19. Roveyaz racconta che il 16 sera, verso le 19-19,30, dopo aver parlato con il commissario Renzi passa a casa di Chanoux ma non lo trova. Nella stessa serata, nonostante il coprifuoco, va da Page per dirgli di recarsi, il mattino seguente, da Chanoux, per avvisarlo del pericolo e suggerirgli di andare via. Page risponde che non c’è problema perché proprio il giorno dopo, il 17, al mattino deve incontrarsi con Chanoux, Binel e Farinet. Roveyaz il mattino dopo va regolarmente al lavoro e quando ritorna a casa per il pranzo, verso le ore 13,30 riceve la visita di Page che gli dice di aver parlato con Chanoux, ma che non ha intenzione di lasciare la città. Page chiede quindi a Roveyaz di andare lui da Chanoux per cercare di convincerlo. Page però, in base alla sua memoria scritta, incontrò Chanoux e Binel, mentre Farinet non c’era, soltanto il pomeriggio alle tre e non nella mattinata del 17.

Inoltre mentre Roveyaz racconta che la mattina del 18 maggio, alle 8,30, Page, mentre stava andando a casa di Chanoux, vide da lontano la polizia che aveva circondato la casa del notaio. Dal racconto di Roveyaz si intuisce che a tale vista Page sia ritornato sui suoi passi. Al contrario Page, nella sua memoria, scrive che, attorno alle nove con Giulio Bordon che aveva casualmente incontrato sulla piazza e a cui aveva chiesto, insistendo, di accompagnarlo a casa del notaio, sale a casa di Chanoux, e dopo qualche minuto ne ridiscende raggiungendo nuovamente Bordon che lo aveva atteso sotto il portone. Dopo di ciò ognuno si reca a casa propria.

Un altro momento significativo dell’intervista riguarda il racconto di quando un giovane prete chiese a Roveyaz di potergli parlare. Quel prete - sarebbe davvero interessante sapere chi era e se è ancora vivente - gli parla di Noël Machet e, molto probabilmente gli fa il nome, valdostano, di chi Machet riteneva fosse il traditore di Chanoux. A quel punto Roveyaz si inferocisce e manda a quel paese il prete dicendogli: ”Quando tiri fuori delle cretinate di questo genere non venire a parlare con me”. Per Roveyaz che riteneva Chanoux vittima di manovre legate a esponenti italiani della Resistenza, sentire come traditore il nome indicato da Machet, molto probabilmente pronunciato dal prete e, evidentemente tenuto in grande considerazione da Roveyaz, era inconcepibile, una vera bestemmia. Pag. 109.

22 Come disse Lino Binel a pagina 40 di “Cronaca di un valdostano”, il nome “Gandelli”, scritto su di una scatola di fiammiferi, fu indicato, in una stanza appartata, lontano da occhi indiscreti, allo stesso Binel da un agente di polizia, in questura, il 18 maggio, giorno del suo arresto. Roberto Gremmo, nelle pagine 88 e 89 alla nota n. 16, del volume “Alle spalle di Chanoux”, presenta una interessante intuizione e cioè: “Ad una logica elementare sfugge la ragione per cui l’evanescente poliziotto rischiò di essere scoperto mettendo per iscritto il nome del presunto delatore mentre poteva tranquillamente comunicarlo a voce all’arrestato poiché nessuno poteva ascoltarli. Né all’ingegner Binel né a chi ha poi dato gran credito al suo melodrammatico racconto passò mai per la testa che i fascisti potevano avergli fatto mostrare quel nominativo per indirizzare i suoi sospetti su un individuo diverso dal vero informatore.”

23 Nel documento di cui alla nota 19 Page scrive che quel nome era quello di Severino Caveri. E’ chiaro che l’avvocato ha avuto tale notizia da Roveyaz. Nella memoria di Page è evidente la grande disistima che egli nutriva verso Caveri, esplicitata con le parole che Chanoux avrebbe pronunciato la sera del 17 maggio nell’incontro con Roveyaz. Page, in aggiunta, riporta che anche il canonico Maxime Durand un giorno gli disse che Chanoux aveva raccomandato ai componenti della Jeune Vallée d’Aoste di non parlare troppo, di non lasciarsi andare, quando nelle riunioni era presente Caveri. E’ comunque evidente che i rapporti personali tra i vari componenti dei gruppi resistenti, anche di ideologie politiche concomitanti, erano caratterizzati da grande diffidenza. Una conferma di ciò si trova nell’intervista a Celeste Perruchon, realizzata da Maria Pia Simonetti, dove emerge l’opinione non certamente buona che Chanoux aveva di Ernest Page. Pagina 59 di “La politica tra passione e mestiere”.

24 Simonetti M. P., opera citata, pag. 107.

25 Sentenza n. 3/1945 della corte straordinaria di assise di Aosta.

26 Binel L., “Cronaca di un valdostano” - Istituto storico della Resistenza e della società contemporanea in Valle d’Aosta, 2000, pag. 40 e 48.

27 Vichi P., “1944-1945, Documenti della provincia di Aosta”, 2015.

28 Nome da partigiano di Giuseppe Cavallero.

29 Page, nel documento di cui alla nota 19, dice che la sera del 17 maggio la figlia, arrivando da Courmayeur, gli aveva detto che dei partigiani, non meglio specificati, di quelle parti désirent incontrarsi con Chanoux a Saumont. Page, che avrebbe voluto andare a casa di Chanoux quella sera stessa per portargli quella notizia, non poté andarci a causa del coprifuoco. Ci andò la mattina seguente, 18 maggio con le modalità descritte alla nota n. 21.

30 L’avvocato Paul-Alphonse Farinet aveva infatti avvisato Chanoux che la questura era a conoscenza dei suoi rapporti con la banda partigiana di Fénis. Documento Fond Page 1a/103.

31 La lettera che il prefetto Stefanini unisce alla sua relazione, indicandola con il numero 8, (Archivio centrale dello Stato, Ministero dell’interno-Divisione generale pubblica sicurezza-Divisione affari generali e riservati. Rsi 1943-1945, busta 9) è indirizzata a Lino Binel ed è stata inviata, il 17 maggio, da Raffaele Jona, partigiano che, con il nome di Silvio, ricopriva un importante ruolo nella banda di Champorcher. Attorno a questa lettera è indubbiamente necessario fare un po’ più di luce. Stefanini nella sua relazione, ad un certo punto, scrisse che …nulla di particolarmente importante si rinveniva nell’abitazione del Binel … mentre qualche riga più sopra, contraddicendosi, aveva scritto che proprio quella lettera, a suo dire consegnata da Gandelli, era la causa dell’arresto dell’ingegnere. E’ chiaro che c’è qualcosa che non quadra. Binel certamente ricevette quella missiva portatagli il 17 maggio da una staffetta partigiana - che però non era Gandelli - missiva trovata poi con la perquisizione, avvenuta dopo il suo arresto. In effetti però non è neanche certo, come si dovrebbe supporre, che essa sia stata rinvenuta a casa di Binel (vedi Stefanini che disse appunto … nulla di particolarmente importante si rinveniva ecc. ecc.). L’ingegnere, dal momento che il messaggio riguardava materiale da consegnare a Chanoux, potrebbe averla consegnata al notaio proprio quello stesso giorno 17, quando, nel pomeriggio, si incontrarono nello studio di Page. E’ quindi possibile che la lettera sia stata ritrovata non nella abitazione di Binel, ma durante la perquisizione in quella di Chanoux. Tutto ciò confermerebbe la ricostruzione di comodo del prefetto Stefanini escogitata per evitare di dire che Binel fu arrestato, come si è già detto, solo perché avendo deciso di lasciare Aosta il 19 maggio, qualcuno che ne era venuto a conoscenza, lo aveva comunicato alla questura.

32 Di Martino P., “Lassù i rumori del mondo non arrivano”, Le Château Edizioni, Aosta, 2000, pagg. 46-47.