L'avventura del Museo Archeologico


Nella presentazione del catalogo della mostra “Archeologia in Valle d’Aosta” allestita nelle sale del castello Sarriod de la Tour di Saint-Pierre e inaugurata il 22 agosto 1981, l’allora assessore regionale Angelo Pollicini scrive:
“…La ricerca della propria identità e la riappropriazione dei suoi precedenti storico-culturali, attraverso un procedimento scientifico, non è stata nel passato prerogativa dei valdostani che hanno lasciato allo studioso forestiero … il compito della valorizzazione del bene di cultura.”
Qualche riga più sopra lo stesso assessore dice che:
“La mancanza di un museo archeologico…collocava finora la Valle d’Aosta in una posizione di secondaria importanza”
La mostra archeologica di Sarriod de la Tour, su cui si tornerà più avanti, resta aperta per 11 anni. Nel 1992 infatti viene smantellata.
Il 15 ottobre 2004 è aperto al pubblico, nelle sale della ex Caserma Challant, il nuovo, o meglio, il rinnovato Museo Archeologico della Valle d’Aosta.
La realizzazione di un museo di antichità ad Aosta, cioè di un luogo in cui poter ricercare e rileggere, attraverso gli oggetti, una parte del proprio passato, ha da sempre incontrato difficoltà di vario genere e momenti anche lunghi di stasi, di blocco.
Parlando di musei archeologici non si può, ovviamente, non rivisitare, sebbene a grandi linee, la storia dell’archeologia.
In Valle d’Aosta le prime tracce dell’interesse per il passato unitamente alla necessità di tramandare le conoscenze acquisite, risalgono al 1600.
Il primo autore che si incontra nella letteratura locale è Roland Viot, prevosto del Gran San Bernardo. Il religioso nella sua “Histoire ou Chronologie du Duché d’Aouste”, scritta dopo il 1624, ci ha lasciato diversi disegni di monete, statue ed altri oggetti antichi.
Jean-Claude Mochet è un notaio, vissuto nel Borgo di Sant’Orso al tempo della grande peste del 1630, che ci ha lasciato un importante opera. Il suo “Porfil historial”, infatti, oltre ad una serie di disegni di monete romane, contiene le prime rappresentazioni grafiche dell’Arco di Augusto e del Teatro romano.
E’ il 1716 quando il Conseil des Commis decide quello che può essere considerato il primo intervento di restauro conservativo su un monumento della città.
Per evitare la completa rovina dell’Arc Triomphal, come veniva chiamato allora l’Arco di Augusto, il Conseil incarica il consigliere Passerin d’Entrèves di provvedere alla copertura dello stesso con un tetto di ardesia
Stanziati i fondi, il lavoro procede celermente e alla fine, il Conseil pienamente soddisfatto del risultato, decreta un premio in denaro in favore del consigliere Passerin d’Entrèves.
Passano vent’anni e la penna di Jean-Baptiste de Tillier ci mostra l’immagine dell’arco restaurato.
Il celebre storico attorno agli anni 1737-1740, completa il suo monumentale “Historique de la Vallée d’Aoste”.
Nella prima parte dell’opera, insieme alla storia della città, sono descritte le antiche costruzioni romane di Augusta Praetoria.
Tra le immagini, oltre al già visto Arc de Triomphe e alla facciata del Teatro romano, de Tillier riporta numerosissime lapidi e iscrizioni latine.
A proposito di iscrizioni, in via Sant’Anselmo si trova quella che ricorda la porta Chaffa che chiudeva il Borgo di Sant’Orso a Est. La porta era chiamata “Porta Chaffa”, toponimo che deriva dal francese “echafaudage” avente il significato, tra gli altri, di edificio in legno, proprio perché in legno era la primitiva costruzione.
La porta venne demolita attorno al 1775/1776 nel corso dell’ammodernamento della città promosso dall’Intendente Vignet des Etoles, l’illuminista che governò per dieci anni la Valle d’Aosta.
Fu allora che dovette essere posta la lapide che ricorda la porta.
L’iscrizione riveste una particolare importanza perché costituisce, nella storia della Valle d’Aosta, il primo intervento messo in atto per tramandare ai posteri, in modo molto concreto, la conoscenza di qualcosa, in questo caso di una porta, di cui altrimenti si sarebbe persa la memoria.
La necessità di trasmettere la conoscenza attraverso la salvaguardia e la conservazione di oggetti del passato sta alla base della nascita del museo moderno che ha le sue radici nella concezione enciclopedica dell’Illuminismo
Dalla seconda metà del Settecento, l’archeologia conosce un poderoso impulso specialmente in seguito alla scoperta di Pompei la più grande delle città campane sepolte dall’eruzione del Vesuvio nel 79 dopo Cristo.
Ma anche i leggendari scavi di Heinrich Schliemann nella Grecia omerica e il ritrovamento delle accecanti ricchezze dell’antico Egitto suggestionano e amplificano lo slancio per l’appassionante scoperta del passato.
In tutta Europa, molti regnanti, principi e famiglie nobili, da sempre collezionisti di ricchezze e di opere d’arte, gareggiano nell’organizzare spedizioni e studi archeologici che acquistano sempre più metodo e rigore scientifico.
In alcune città europee, queste collezioni vengono aperte al pubblico già sul finire del Settecento e lentamente, nel corso del diciannovesimo secolo, entrano a far parte di strutture culturali permanenti, di musei pubblici.
Nelle città italiane, anche in quelle più piccole, dopo l’unità nazionale, dopo il 1860, nascono e si sviluppano i musei civici.
Anche in Valle d’Aosta, l’Ottocento, è il secolo che vede il nascere delle ipotesi, delle ricerche e degli studi sul passato.
Già nel 1846, Félix Orsières, sacerdote liberale e progressista originario di Chambave, auspica per Aosta, oltre alla creazione di una biblioteca pubblica, anche quella di un museo di antichità.
Tra gli altri numerosi ecclesiastici che si interessano di storia e di archeologia, Jean-Antoine Gal, priore di Sant’Orso e membro della regia Deputazione di Storia patria, organismo voluto dal re Carlo Alberto, occupa un posto di rilievo.
Il 29 marzo del 1855, in una sala del vescovado di Aosta, nasce l’-Académie de Saint-Anselme-. L’ideatore e fondatore di questa innovazione nella cultura locale valdostana è proprio il priore di Sant’Orso.
L’Académie è una società religiosa e scientifica composta da 15 ecclesiastici e 5 laici, numeri che chiaramente indicano quanto, in Valle d’Aosta, la cultura sia appannaggio del clero.
Indubbi sono comunque i meriti dell’Accademia nell’aver spinto e sostenuto, pur con i propri limiti, la ricerca.
L’Académie dalla sua fondazione ha prodotto e pubblicato sul suo bollettino un grande numero di articoli che spaziano da un capo all’altro dello scibile umano. Per quanto riguarda l’archeologia romana particolare importanza riveste il - Coup d’oeil sur les antiquités du Duché d’Aoste – pubblicato nel 1862 dal già ricordato Jean-Antoine Gal.
L’Accademia nel corso degli anni si arricchisce, grazie alle donazioni dei soci, di una collezione di quadri e oggetti antichi che costituiscono un vero museo. Tra gli oggetti più rari e preziosi si trovano, oltre a vari bracciali chiamati armille, le cosiddette monete salasse. In realtà, dicono gli esperti, le monete sono tre stateri aurei dell’alta valle del fiume Rodano.
Inizialmente questo materiale è esposto nella sagrestia della Cattedrale ed era ancora intatto, anche se ricoperto di polvere, nel 1922. In seguito, mentre una parte di oggetti, i più preziosi, rimangono all’Accademia, altri sono dispersi non si sa dove.
Attorno al 1980, il museo era sistemato in questo edificio che nella prima metà del novecento era la sede della provincia di Aosta. Ora il materiale del museo dell’Académie è in fase di restauro e verrà prossimamente esposto definitivamente nel castello di Aymavilles.
Contemporaneamente alla pubblicazione di Jean-Antoine Gal nel 1862 esce a Torino, edito dalla Stamperia reale, il volume – Le antichità di Aosta –.
Carlo Promis autore dell’opera, è il primo di quegli studiosi forestieri a cui accennava l’assessore Angelo Pollicini nella sua presentazione della mostra di Sarriod de la Tour. Il lavoro dell’architetto torinese, ispettore dei monumenti d’antichità dei reali stati, è la prima rilevazione scientifica delle evidenze archeologiche romane nella regione valdostana e servirà da traccia a tutti gli studiosi che seguiranno nella ricerca archeologica in Valle d’Aosta.
Sul finire dell’Ottocento il pittore, architetto e archeologo Alfredo d’Andrade, nativo di Lisbona ma piemontese di cultura, responsabile per la conservazione dei monumenti in Piemonte e in Liguria, oltre alla romana Tour de Pailleron, restaura, i castelli di Fénis, Verrès, Issogne e il priorato di Sant’Orso.
I primi decenni del Novecento vedono il biellese Ernesto Schiaparelli, direttore del Museo egizio di Torino, restaurare l’Arco d’Augusto, sostituendo il pesantissimo tetto settecentesco e rinforzandone la struttura.
E’ il 1919 quando la rivista Augusta Praetoria fondata e diretta dal giornalista e fotografo Jules Brocherel vede la luce.
Il periodico, sospeso nel 1927 per motivi politici, ospita gli articoli del sacerdote François-Gabriel Frutaz, ispettore reale dei monumenti e delle antichità. Già nel 1919 il canonico chiede a gran voce la creazione ad Aosta di un museo archeologico, voce che però cade nel vuoto. L’importante rivista di Jules Brocherel, prima nel suo genere in Valle d’Aosta, pubblica altri articoli di carattere storico archeologico, in particolare quelli del sacerdote Louis Vescoz e quelli sui toponimi valdostani del dottor Paul Aebischer.
L’archeologo modenese Pietro Barocelli, direttore della Soprintendenza di Torino, riprendendo ed approfondendo il lavoro di Carlo Promis, dà, nella prima metà del Novecento, un notevole contributo all’archeologia romana in Valle d’Aosta.
A lui, al già ricordato Ernesto Schiaparelli e al sacerdote Justin Boson, nuovo ispettore reale dei monumenti, si deve la creazione del primo Museo di antichità di Aosta inaugurato nel 1929.
La tanto attesa raccolta archeologica ha la sua sede in questa casa che fa parte del complesso monumentale del priorato di Sant’Orso. La collezione, disposta su poche sale, contiene materiale romano e preromano di notevole importanza. Attorno al 1950, l’ispettore dei monumenti e delle belle arti Robert Berton descrive in una sua breve pubblicazione i reperti esposti. Vent’anni dopo è il professore Giancarlo Sciolli che presenta una raccolta fotografica degli oggetti più importanti del Museo, lamentando la poco decorosa sistemazione del materiale.
Il ricordo di chi ha frequentato, cinquant’anni fa, la scuola elementare di Sant’Orso che si trovava nei pressi del museo e lo ha più volte visitato, si fissa su alcuni dei reperti esposti: il balteo di bronzo, il piccolo busto di Giove, le vetrine con numerose ampolline, un gran numero di lapidi e soprattutto una serie di teschi umani. I crani, dalla fronte molto ampia, presentavano la particolarità di avere i denti limati. Da altri ricordi di quei lontani visitatori emerge anche l’immagine, non proprio archeologica, della custode del museo che, costretta a lasciare le faccende domestiche, seguiva, con una certa impazienza, i visitatori.
Nel 1949 Jules Brocherel, riprendendo le pubblicazioni di Augusta Praetoria, torna sull’argomento del museo archeologico di Aosta, auspicando che presto possa essergli trovata una sede più consona e più ampia. Qui dove si trova è quasi nascosto, ignorato da tutti. Tra i suggerimenti che il giornalista fotografo dà per una nuova sede ci sono la Tour de Bramafan, la Torre della Porta Praetoria, la chiesa di Saint-Bénin e il Palazzo Roncas.
Mentre i consigli di Jules Brocherel restano inascoltati, la struttura espositiva di Sant’Orso conosce una sempre più ampia noncuranza e nel 1970 è definitivamente chiusa per il pericolo di crollo.
Alla chiusura del piccolo Museo fa seguito un silenzio lungo più di un decennio. Infatti soltanto nel 1981 viene inaugurata la mostra al castello Sarriod de la Tour di Saint-Pierre. La direzione scientifica dell’opera è affidata agli archeologi Rosanna Mollo Mezzena e Franco Mezzena.
Sarà per la novità, per la suggestione del luogo, per la completezza dell’esposizione, ma è un dato di fatto che la mostra di Sarriod de la Tour segna uno dei momenti più importanti per la storia del passato in Valle d’Aosta.
Mentre nel 1992 la mostra viene smantellata, il catalogo che la illustra, diventa uno dei testi di archeologia più consultati.
La crescita del livello conoscitivo e la richiesta di una maggiore possibilità di fruizione del bene culturale implicano la necessità di reperire, finalmente, uno spazio espositivo permanente. Spazio che i pubblici amministratori individuano nel palazzo sito in Piazza Roncas, conosciuto come ex Caserma Challant.
L’edificio, che necessita di un ampio restauro, nel passato, ha conosciuto diverse destinazioni, restando sempre strettamente legato alla piazza antistante.
Fino ai primi dell’Ottocento l’attuale Piazza Roncas, che deve il nome all’omonima famiglia, è conosciuta come Piazza Vaudan per via delle proprietà che tale gruppo famigliare vi possiede. La piazza a quell’epoca è molto più piccola perché la sua parte settentrionale è occupata dalla porta principale sinistra della cinta muraria ancora presente in questa pianta della città del 1827. Nella prima metà dell’Ottocento, demolita la porta romana, come si vede da questa mappa del 1853, la piazza assume l’aspetto che ha oggi. La grande costruzione, attorno al 1630, diventa monastero delle Dame della Visitazione, dette suore visitandine, che proprio in quegli anni giungono in città. In questa immagine di qualche anno fa è possibile intravvedere ancora alcuni tratti della cappella del monastero. Dopo la rivoluzione francese, allontanate le suore, il palazzo diventa caserma chiamata “Caserne Challant”. In seguito quella che era la cappella del convento diviene teatro comunale e tale rimane fino a tutto il 1880.
Portato a compimento il restauro dell’edificio, nel 1993, viene aperta al pubblico la mostra di numismatica della collezione Andrea Pautasso, prima sezione del nuovo Museo Archeologico.
Nel decennio successivo, sono allestite due mostre temporanee di antichità romane che riprendono la linea espositiva della mostra di Sarriod de la Tour. Infine nel 2004, come si è visto all’inizio, viene definitivamente aperto, con l’allestimento di altre sale, il Museo Archeologico della Valle d’Aosta, che, speriamo, possa in futuro ampliarsi ulteriormente.