Carema, tra Piemonte e Valle d'Aosta


Le origini


Nella Tavola Peutingeriana, la carta stradale del quarto secolo dopo Cristo, sono segnate Eporedia e Augusta Praetoria, rispettivamente Ivrea ed Aosta unite dalla via consolare delle Gallie che conduceva in Francia.
Lungo la strada sorgevano le colonne miliari a intervalli regolari di 1480 metri, un miglio romano.
La trentaseiesima pietra miliare da Aosta si trova a Donnas ed è costituita dalla famosa colonna che sporge dalla parete di roccia. Da questo cippo, andando nella direzione di Ivrea, dopo aver oltrepassato la 37° e la 38° pietra miliare, si giunge al ponte sul torrente Lys attorno al quale è sorto Pont-Saint-Martin.
Il ponte costruito dagli architetti romani, per la sua maestosa, quasi sovrumana grandezza, e soprattutto per la particolarità architettonica che le pietre, nel loro accostarsi, non formino mai una croce, ha aiutato e rafforzato il sorgere della leggenda che il ponte sia stato costruito da forze avverse al cristianesimo. Il popolo, spinto da una ingenua fantasia religiosa, alimentata da miracolosi racconti su uomini di chiesa e santi, ha voluto immaginare che il costruttore della grande opera fosse il principe del male, Satana in persona, tratto in inganno da Martino, vescovo di Tours, città della Francia.
Continuando il cammino, dopo aver passato la 39°pietra e scavalcato la collina, tra i pergolati si intravvede il campanile della chiesa parrocchiale di Carema, luogo dove sorgeva la quarantesima colonna miliare. In effetti dalla colonna di Donnas, passando per l'antica strada, oggi ridotta a mulattiera, per giungere a Carema si percorrono quattro miglia romane[1].
Carema, come tutte le località della vicina Valle d'Aosta sorte attorno alle pietre miliari, con tutta probabilità, non esisteva prima della costruzione della strada. La lapide romana ritrovata ai primi dell'800 sotto l'altare maggiore della chiesa e che ora si trova alla curia di Ivrea, testimonia il sorgere del paese attorno alla quarantesima pietra miliare, divenuta punto focale della comunità, analogamente a quanto accaduto in Valle d'Aosta[2].
Anche se un documento medioevale cita il luogo con il toponimo "ad Cameram", un dizionario di toponomastica[3] fa derivare il toponimo "Carema" da una deformazione medioevale dell'aggettivo "quadragesimus" indicante la tassa della quarantesima parte, il 2,50 per cento, che qui veniva riscossa sulle merci che entravano in Italia dalla Gallia. Bisogna però rilevare che Carema si trova al quarantesimo miglio da Aosta e che forse anche da qui, da questo particolare significato dell'aggettivo quarantesimo, potrebbe derivare il toponimo.
Il fatto di trovarsi sul confine, prima tra Gallia e Italia, poi tra il regno di Borgogna di cui la Valle d'Aosta faceva parte e l'Italia, quindi tra il Ducato di Aosta e il Canavese, fece si che Carema conservasse attraverso i secoli la caratteristica di centro doganale. Lo storico Jean-Baptiste de Tillier ricorda nel suo "Historique" i problemi relativi proprio alla dogana posta nella località chiamata Bardeisa[4].
La geografia e il vino
Il territorio del comune che si stende ai piedi del monte Maletto, sulla sponda sinistra della Dora Baltea, si trova a 346 metri sul livello del mare ed è attraversato da diversi torrenti tra cui il Chiussuma è il più grande. Di quest'ultimo che segna il confine con Settimo Vittone, e che bagna la frazione Airale si ricordano le rovinose inondazioni del 1935, del 1966 e del 1981[5].
La posizione geografica di Carema è indubbiamente molto felice. I due enormi speroni di roccia che la proteggono dai venti e l'ottima esposizione al sole, le consentono di godere di quel clima quasi mediterraneo, che ha favorito e favorisce in modo eccezionale la coltivazione della vite. La gigantesca opera di terrazzamento che ha trasformato la collina in una sorta di anfiteatro molto suggestivo, è stata realizzata, nel corso dei secoli, trasportando a dorso d'uomo la speciale terra costituita dalle sedimentazioni moreniche dell'antico ghiacciaio che ricopriva la Valle d'Aosta. La terra è trattenuta sulla collina da muri a secco su cui si trovano i caratteristici pilastri, in calce e pietra che, dopo aver accumulato il calore del sole durante la giornata, lo rilasciano nelle ore notturne, mantenendo una temperatura ideale per le viti. Questi pilastri, detti in dialetto "pilun" sostengono i "tapiun", i pergolati, sui quali cresce e si avviluppa la vite. Oggi, a causa del loro alto costo, i pilastri sono sovente sostituiti da pali di legno o di cemento[6].
Dalla coltivazione dei vigneti di Carema si ricava un vino che occupa un posto di rilievo nell'aristocrazia dei vini rossi piemontesi e che ha dato ampia rinomanza al paese. E' noto che il "Carema" figurava già nella lista ufficiale dei re di Francia, mentre da una guida dei vini italiani del sedicesimo secolo si ricava che esso era consumato alla mensa dei Duchi di Savoia.
Il vitigno di questo vino, il "Carema" appunto, è il "Nebbiolo". Dal 1967 esso gode del riconoscimento di vino DOC e le sue zone di origine sono la collina caremese, quella della frazione Airale e le coste rocciose di Ivery in Valle d'Aosta.
Attorno agli anni 1954-55 si costituì, con l'appoggio della Amministrazione comunale, il "Consorzio per la difesa del vino tipico" che fu poi trasformato, nel 1959, in "Cantina dei Produttori" sotto forma di società cooperativa composta inizialmente da 7 soci diventati in breve 18.
Attualmente la quantità di vino commerciato dalla cantina è di circa 800 ettolitri l'anno e i soci sono una settantina. La cantina produce, accanto al Carema che viene esportato in tutto il mondo, anche altri vini tra cui il Canavese Rosso e il Canavese Rosato[7].
Il pregio del "Carema", oltre che all'esposizione al sole e alla terra di natura morenica, è dovuto alla ricchezza di sostanze zuccherine. Proprio per tale motivo, già nel Medioevo, la data di inizio della vendemmia era stabilita con disposizioni precise, e il suo mancato rispetto prevedeva severe sanzioni.
Nei giorni precedenti l'inizio della vendemmia, stabilito oggi dalla Cantina dei produttori, ha luogo la festa dell'uva e del vino che coinvolge la comunità caremese e che richiama un notevole afflusso di pubblico.
I confini
I confini con il vicino comune di Pont-Saint-Martin, nel passato, sono stati fonte di problemi e liti. Un punto fermo, irrinunciabile sia per Carema che per Pont-Saint-Martin era la possibilità di avere accesso al ponte sul Lys, unico passaggio per scavalcare il torrente. Nel 1799 fu finalmente trovato un accordo. Venne stabilito che il confine passasse, per la parte nei pressi del ponte, per il centro del torrente, garantendo ad entrambi i comuni il passaggio.
Nel 1929 tutto cambiò. Il ponte, le zone attorno alla località Prati Nuovi, quelle nei pressi di Ivery, vennero attribuite, dal governo centrale, al comune di Pont-Saint-Martin.
La parrocchia
La particolare situazione del confine, ebbe dei riflessi anche nella gestione della vita religiosa delle due comunità. I limiti delle parrocchie di Pont-Saint-Martin e di Carema infatti non seguirono i cambiamenti dei rispettivi comuni avvenuti nel 1929, ma restarono per lungo tempo quelli antichi stabiliti nel 1799. Solo attorno al 1980, con l'intervento dei vescovi di Aosta e di Ivrea, i confini religiosi vennero modificati, facendo tuttavia alcune eccezioni. Ancora oggi, per esempio, la Cappella di Sant'Erasmo, pur trovandosi in pieno territorio di Pont-Saint-Martin, appartiene ed è gestita dalla parrocchia di Carema.
Nel territorio del comune sorgono la chiesa parrocchiale e varie cappelle.
La chiesa che è intitolata a San Martino vescovo di Tours, città della Francia, sorge, come dimostrato dalla lapide ritrovata sotto l'altare, su un impianto di epoca romana. Nel 1261 la chiesa era già parrocchia. La parte barocca dell'attuale edificio risale al 1749[8]. Nel 1890 il tempio venne restaurato e in parte ricostruito in stile romanico-gotico moderno.
La costruzione del campanile, alto sessanta metri, è stata terminata nel 1769. L'edificio è interamente in pietra e 108 sono gli scalini per giungere alla cella campanaria.
Delle tre campane, la più grande, è stata rifusa dopo il conflitto europeo del 15-18 con l'aggiunta dei nomi dei soldati caremesi morti in guerra. Il campanile di Carema è considerato, dalla Sovraintendenza torinese, “un capolavoro di architettura unico nel suo genere in Piemonte”[9].
Sulla facciata della casa parrocchiale è presente parte di un affresco, datato alla seconda. metà del '400, rappresentante una Annunciazione. Il dipinto fu scoperto per caso durante i lavori di rifacimento dell'intonaco della facciata[10].
A pochi passi dalla chiesa parrocchiale, nella via San Matteo, si trova la grande cappella Suplin risalente al 1649. Il portale venne rubato in una notte d'inverno nei primi anni novanta[11], ma il degrado dovette cominciare certamente molto prima. Non occorre sottolinearlo, è sotto gli occhi di tutti che l'edificio necessita di un serio ed urgente intervento di restauro.
All'inizio di via Basilia, sulla piazza Pianteis, si affaccia un grande edificio. Una leggenda narra che nelle fondamenta che vi sia sepolta una regina. Nella casa, ai primi del Novecento, aveva sede il tempio e la scuola valdese, ricordati dalla targa posta nel 1997.
I castelli e i signori
Al centro dell'abitato, appena dietro la cappella Suplin si erge una torretta, detta Palazzotto Ugoneti, che doveva servire da dimora al castellano. Si tratta di una costruzione ancora molto ben conservata non dissimile, se non per l'altezza, dalle case vicine. Un centinaio di metri più ad Est si trova la cosiddetta "Gran Masun" che secondo la tradizione era la sede del presidio militare e del tribunale. Sopra la trazione Airale, tra le vette delle montagne ed il cielo, si scorgono i ruderi del castello di Castruzzone, costruito, pare, attorno al decimo secolo.
Nel corso dei secoli il feudo di Carema, come tanti altri borghi, fu donato, ceduto, venduto, scambiato tra le varie famiglie di signori a cui era di volta in volta soggetto. Mentre un documento del 1224 parla della famiglia nobile valdostana dei Valleise, nel 1278 il feudo caremese compare tra i possedimenti del vescovo di Ivrea. Il 1313 è la volta dei Savoia. Infine, nella seconda metà del '500 compare la famiglia valdostana dei Challant. Carema, insieme ad altri borghi, accompagnati da una notevole somma di denaro, costituì la dote nuziale della contessa Isabella di Challant andata in sposa a Giovanni Federico Madruzzo di Trento.
Le fontane e le immagini sacre
L'acqua, anche in un paese in cui il vino la fa da padrone, costituisce un elemento indispensabile alla vita dell'uomo. A Carema la distribuzione del prezioso liquido era garantita da impianti terminanti con fontane, alcune delle quali sono vere opere d'arte.
Salendo per la ripida via Basilia in direzione della chiesa parrocchiale si incontra una fontana molto particolare, un vero monumento. La fontana risalente al 1571, secondo alcuni fu eretta dai conti Challant-Madruzzo in onore del duca Emanuele Filiberto e di sua moglie Margherita di Valois, mentre secondo altri sarebbe stata donata dal re di Francia al duca di Savoia.
La fontana reca la scritta in latino: “Se qualcuno ha sete, venga a me e beva”.
Continuando la salita, nella già vista via San Matteo si incontra un'altra fontana più antica ancora. Alla base della cuspide si legge che il 1460 è l'anno di costruzione. L'anno del suo probabile reimpiego e restauro è invece il 1830.
Una terza fonte recante la data 1818 si trova nella via Vairola. Particolare attenzione merita la cuspide posta sopra la fontana di via Roma. Sulla pietra oltre all'incisione di un sole raggiante sono presenti due fori di cui uno solo passa da una parte all'altra. Altri tre fori si trovano poi sulla cima della cuspide.
Nella parte alta del paese, in via Croce, una cappelletta ben conservata sembra proteggere l'acqua fornita da una fonte la cui pietra porta incisa la data 1560. La vasca che riceve l'acqua è invece de11871.
La fontana all'angolo del vicolo Savoia recante inciso l'anno 1886 è del tutto identica, tranne che nella data, a quella che si trova nella frazione Prati Nuovi di Pont-Saint-Martin, appartenuta, come già detto, al comune di Carema fino al 1929.
Oltre alle fontane, lungo le vie del paese, si possono ammirare diverse immagini sacre dipinte sugli intonaci delle vecchie case. Accanto alle varie raffigurazioni della Madonna, risalta in modo particolarmente intenso un'immagine di Santa Cecilia, dipinta sul fianco di una cappellina in via Roma, poco distante dalla casa della musica.
Era il 1845, quando, in paese, venne fondato il Corpo bandistico, e chissà, fu forse allora che l'immagine della santa protettrice di musicisti e musicanti fu dipinta sull'intonaco.
Il paese
Le alabarde di re Arduino, la cifra “quarantesimo” in lettere romane, le onde della Dora, costituiscono lo stemma concesso dal re Vittorio Emanuele III nel 1933 al comune. Nello stesso anno venne realizzata la deviazione della strada statale che fino ad allora passava all'interno del paese.
La struttura dell'abitato, almeno nella sua parte collinare, è rimasta quella del borgo medievale.
Sui tetti il grigio delle lose si fonde con il rosso dei coppi, e tra le antiche abitazioni, si snodano strette vie. Sulla piazza della chiesa proprio di fronte alla scalinata del tempio, terminata tra il 1821 e il 1890, si trova la sede del municipio.
I residenti nel comune al luglio del 2004 erano 758, la metà di quelli che contava attorno al 1850. In quelle epoche la proprietà era concentrata nelle mani di poche famiglie benestanti e la restante parte della popolazione viveva, come d'altronde in tutta Italia, in condizioni economiche molto precarie. I contadini, di cui un gran parte braccianti, erano la stragrande maggioranza.
In quegli anni, attorno al 1850, a Carema c'erano soltanto due fabbriche di ferro che davano lavoro ad una decina di operai. Le fucine impiantate a Pont-Saint-Martin da Melchiorre Mongenet e la costruzione della linea ferroviaria Ivrea-Aosta inaugurata nel 1886, diedero avvio all'industralizzazione del territorio offrendo nuovi posti di lavoro.
Un lusinghiero giudizio sulle caratteristiche della popolazione caremese si trova nell'opera “La Valleé d'Aoste” dello scrittore parigino Edouard Aubert. Nella seconda metà del 1800 egli scrive che:
“A poca distanza da Ivrea, si attraversa il comune di Carema, rinomato per l'eccellenza dei vini che produce. In questo territorio, incluso un tempo nella antica provincia del Canavese, ho incontrato i più deliziosi tipi della bellezza femminile”.

 


[1] Ho misurato il percorso parte con una rotella metrica, parte sulla carta del servizio cartografico regionale della Valle d'Aosta in scala 1:5000. Per il tratto tra la frazione Prati Nuovi e la cappella di San Rocco ho seguito il ripido sentiero che va a congiungersi con la prosecuzione di via Roma. E' facilmente intuibile che quell'aspro viottolo non può essere l'antica via romana, ma dovrebbe trattarsi di un percorso posteriore ad un probabile franamento dell'antica via.
[2] Vichi P., “Aosta-St. Vincent, la strada romana miglio per miglio”, Aosta, Patrizio Vichi editore, 2003.
[3] Dizionario di toponomastica UTET, Torino 1990.
[4] De Tillier J. B., “Historique de la Vallée d'Aoste”, a cura di Andrea Zanotto, Aosta, ITLA, 1968.
[5] Un'anziana abitante della frazione Airale mi ha parlato degli eccezionali eventi.
[6] Tutte le informazioni di carattere storico sono tratte dai volumi:
Carema, origini storiche e sviluppo economico” di Mario Borgesio edito da Gianotti, Montalto Dora, 1980.
Carema…di tutto un pò” di Ines Fornera edito da Bolognini & C., Ivrea, 1984.
[7] http:/www.localport.it/canavese/locali/cantine_risultato.asp
[8] Un'incisione sull'architrave di una porta interna indica tale data.
[9] http://www.provincia.torino.it/terrotorio/montane/vdbaltea/comuni/carema.htm
[10] Informazione datami dal priore don Igino Boglia.
[11] Informazione datami dal priore don Igino Boglia.